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regia: Vincente Minnelli
anno: 1956
durata (min.): 122
Tom Robinson Lee è un ragazzo diverso dagli altri: non ha molti amici nel collegio dove è iscritto, non pratica alcuno sport e non ha la passione per gli allenamenti e per i giochi violenti. Tom preferisce trascorrere il tempo libero da solo, leggendo libri che non interessano la maggior parte dei suoi compagni e ascoltando musica sinfonica. Tutti i ragazzi lo prendono in giro e il direttore del collegio, vedendolo così diverso, equilibrato e maturo, non si preoccupa di seguire i suoi stati d'animo. L'unica persona che sembra interessarsi a lui e ai suoi pensieri è Laura Reynolds, la moglie del direttore. Quando Tom viene colto da una profonda depressione da cui non riesce ad uscire, Laura non lo abbandona e gli rimane vicino, confortandolo e dandogli risposte importanti. Alla fine del college, Tom diventerà uno scrittore di successo e, tornato a visitare il luogo dei suoi studi, ricorderà la figura di quella donna così determinante per la sua formazione, che lo ha aiutato a crescere e lo ha lasciato libero di uscire dalla sua vita.
Naturalmente, nella consolante America degli anni '50 l'omosessualità non esiste, è solo "una fase che capita a tutti" e "la donna giusta ti guarirà". Infatti mentre la Germania degli anni '20 "osava" esibire e difendere l'amore tra uomini (Anders als die Anderen, di Richard Oswald, 1919 o Mikael, 1924, del maestro Carl Theodor Dreyer) o donne (il capolavoro Lulu, 1929, di G. W. Pabst), gli Usa glissavano sull'argomento. Hollywood per anni ha deliberatamente eluso, deviato, censurato il fattore gay" dalle proprie storie. Anzi, per ribadire il mito invincibile della virilità eterosessuale, è stato creato lo stereotipo dei sissy, l'effeminato di tante commedie sofisticate degli anni ruggenti e oltre. Attori come Franklin Panghorn o Edward Everett Horton si specializzarono nella parte di maggiordomi, giornalisti, musicisti delicatini e poco propensi al fascino femminile, in una caratterizzazione che fu nel dopoguerra proseguita dai vari Clifton Webb e George Sanders. Il codice Hays di autocensura del resto era ineludibile. Le storie ad argomento gay furono modificate, censurate, alleggerite sino all'incomprensibile. Ecco perché Vincent Minnelli è stato costretto a trasformare la descrizione di un giovane omosessuale (come era nella commedia originale di Robert Anderson alla base del film) in uno studio di costume, centrato sul mito della virilità e sugli stereotipi dietro cui si nascondevano i giovani. Deborah Kerr
VINCENTE MINNELLI
L'elegante cineasta
Raffinato, sottile, elegante, amante della pittura e dell'arte: il cineasta di origine italiana è ormai unanimamente riconosciuto come uno dei maestri della storia del cinema.
Vincente Minnelli nasce a Chicago, nell'Illinois, da padre siciliano e da madre francese, il 28 febbraio 1903. Uomo di profonda cultura umanistica, innamorato di Proust, del romanzo francese dell'Ottocento e dei pittori impressionisti, Minnelli è un nomade della visione, un visionario in grado di assorbire ogni forma d'arte che non sia troppo drastica, allo scopo di immetterla in un magma espressivo di armoniosa evidenza pittorica e narrativa. Allo stesso tempo spiritoso e complesso, Minnelli è un regista che dirige di preferenza musical e melodrammi di travolgente bellezza, le sue cadenze sono spettacolari, ampie e sognanti. Anche i suoi più celebri e bistrattati melodrammi, da «La tela del ragno» (1955) a «Qualcuno verrà» (1959), da «Il bruto e la bella» (1952) a «A casa dopo l'uragano» (1960), da «Due settimane in un'altra città» (1962) a «Castelli di sabbia» (1965), da «Tragico segreto» (1946) a «I quattro cavalieri dell'Apocalisse» (1962), sfuggivano spesso agli sguardi più superficiali. Quel che in parte successe anche con le sue commedie «Il padre della sposa» (1950) e «La donna del destino» (1957).
Oggi bisogna davvero ricominciare a leggere i suoi film, con le loro preziose stratificazioni narrative che stanno ad indicare la statura di un mito dell'invenzione cinematografica e artistica. In Italia sono usciti – ad oggi – pochi film… La Warner ha editato “Due cuori in cielo” (un imperdibile musical-fiaba), “Un americano a Parigi” (con l’indimenticabile coppia Gene Kelly e Lesile Caron), “Spettacolo di varietà” (che dire? Un capolavoro assoluto!), “Brigadoon”, il bellissimo “Brama di vivere” (film sul pittore Vincent Van Gogh, dove Minnelli si cimenta con il genere biopic) e “Gigi”. Paramount ha invece pubblicato “L’amica delle 5 e ½” con un’indimenticabile Barbra Streisand. Proprio questo mese Warner riedita in edizione speciale a doppio disco “Un americano a Parigi” mentre la General Video propone per la prima volta “Papà diventa nonno” film che segue il planetario successo de “Il padre della sposa”.
Per comprendere al meglio Minnelli occorre quindi ritornare alla narrativa ed alla pittura europea della seconda metà dell'Ottocento, magari proprio alla forza complessa di Balzac più che alla sintesi di Flaubert, per capire meglio questo aspetto bisognerebbe riguardare «Madame Bovary» (1949), opera di asciutta ed elegante bellezza. Il rimando agli impressionisti è d’obbligo, filtrati però da un gusto distesamente spettacolare, sempre compresi nelle loro strutture interne e rivisitati come già accadeva nell'ambito della letteratura, con ispirata passione e con estrema lucidità mentale.
Figlio d'arte, Minnelli, è padre-padrone di un'arte vissuta attraverso un'assoluta padronanza di mezzi espressivi. Il padre era direttore d'orchestra, la madre attrice. Nel teatro-tenda dei genitori e parenti, il futuro regista debutta a tre anni e mezzo. Poi comincia a dedicarsi al disegno, dipingendo cartelloni e manifesti. Come scenografo lavora al Paramount Theater di New York, e nel 1934 viene ingaggiato dal Radio City Music Hall come costumista. Con l’opera «Ziegfield Follies» (1946) dirige il primo “balletto surrealista” di Broadway.
Successivamente viene assunto dalla Paramount, ma rompe immediatamente il contratto, scelta che lo porterà a rimanere inattivo per sette lunghi mesi.
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