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Eurispes e Furio Colombo svelano i trucchi di Ichino e Giavazzi
La paga
di Furio Colombo
Diciamo la verità, la sorpresa è grande. I salari italiani sono i più bassi in Europa, e negli ultimi cinque anni sono cresciuti la metà che nella virtuosa Inghilterra. L'avevate mai sentito dire nei mega-convegni di Cernobbio e nelle varie assise dei vecchi e dei giovani Confindustria, dove molti, se le circostanze lo permettono, sono pronti a dedicare una ovazione a Tremonti?
La fonte non è la Cgil, è l'Eurispes, in uno studio pubblicato il 28 marzo e basato su dati Eurostat e Ocse aggiornati al 2006.
Avrete notato che non ho scritto «La fonte - come è noto - è l'Eurispes». Perché non è noto. Non voglio dire che si dà poco spazio e scarse notizie sull'attività dell'Eurispes in generale. Se lo studio fosse stato dedicato ai fannulloni, agli assenteisti, ai lavoratori distratti e poco affezionati ai tempi e ai ritmi della fabbrica, il boom della notizia sarebbe stato assicurato.
Ma questa volta l'Eurispes ha imboccato l'autostrada dei luoghi comuni contromano.
La corsia è occupata da bolidi che sfrecciano assecondati da tutto il rilievo necessario, con le piazzole di sosta dei mega-convegni e la volenterosa partecipazione di buoni nomi della sinistra. E dicono:
- che adesso basta, la festa è finita e il costo del lavoro deve diminuire;
- che il vero problema è la produttività, e la produttività è bassa;
- dunque bisogna tenere d'occhio il "clup" che è il costo del lavoro per unità di prodotto. Alto, troppo alto;
- e infatti: è vero che c'è la svolta e che c'è la crescita. Ma la redditività (che vuole dire cosa ne viene all'impresa) continua a calare.
Non uso questi argomenti per effervescenza polemica. È cronaca. Appena conosciuti i dati Eurispes sui salari italiani (media 16.242 euro annui) «la Commissione Europea ha invitato Italia, Spagna, Grecia e Portogallo (gli altri fanalini di coda) a ridurre il costo del lavoro. Un messaggio a prima vista incomprensibile» (Il Corriere della Sera[
Il fatto è che l'estroso messaggio della Commissione Europea, che non si è mai occupata dei compensi immensi dei manager, suona bene, è di moda. E non è affatto isolato. Per esempio la notizia a cui sto dedicando questa riflessione («I salari italiani sono i più bassi d'Europa») non è apparsa sulla prima pagina di alcun grande quotidiano italiano (Corriere della Sera, pag. 28, Repubblica: pag. 14). Era la quinta o la sesta dei migliori telegiornali e dei più ascoltati giornali radio, e non una voce per commentare. Perché no? Perché è una contro-notizia, che rompe da sola alcuni luoghi comuni e alcune fedi radicate, toglie spazio alle tonanti ammonizioni del Prof. Piero Ichino sui fannulloni (ogni fannullone inglese guadagna esattamente il doppio del fannullone italiano), ad alcuni punti smaglianti della supercelebrata "agenda Giavazzi", e praticamente a tutti i convegni dei grandi economisti e della Confindustria in cui di tutto si parla meno che della paga degli operai, che non è ferma dov'era, ma scivola in basso tra la disattenzione generale. È una variabile irrilevante? E come si spiega che, anche adesso, quando se ne parla, in convegni, interventi, articoli e nella Commissione Europea, la richiesta è sempre la stessa: "ridurre il costo del lavoro"?
Poiché vengo da esperienze nel mondo del lavoro iniziate negli anni Cinquanta accanto ad Adriano Olivetti, non posso dimenticare alcune sue persuasioni di imprenditore intelligente di una azienda che era allora al colmo del successo, della produttività, della redditività, che aveva accanto alla fabbrica la più grande biblioteca privata del Piemonte, una scuola materna che figurava su tutte le riviste di architettura del mondo, e alcuni fra gli intellettuali più importanti e innovatori del Paese di quegli anni.
Diceva: «Non vi dimenticate del buio del lunedì, quando un operaio torna alle presse» e chiedeva a noi giovani dirigenti di passare qualche mese alle presse prima di sederci dietro una scrivania a giudicare il lavoro degli altri. Diceva: «Non siamo soli a fare l'impresa. Ci siamo noi e ci sono gli operai. Qui si lavora insieme». Non era bontà, era intelligenza e realismo. Con qualche convenienza per il padrone: non ricordo scioperi. Ma il padrone aveva alcune ossessioni sul mondo fuori della fabbrica (che «doveva essere bella»), soprattutto le case. «Dove vanno ad abitare i nuovi operai che arrivano da fuori?». E la terra. Ammoniva Paolo Volponi, Ottiero Ottieri e me che (con gli ingegneri Nicola Tufarelli e Riccardo Berla lavoravamo nei rapporti col personale): «I contadini che diventano operai non devono vendere il pezzo di terra che hanno. Dobbiamo aiutarli a tenere le radici. Noi gli offriamo un lavoro. Ma fuori hanno una vita che non si deve cancellare». E anche: «Nessun dirigente, neanche il più alto, deve guadagnare più di dieci volte l'ammontare del salario minimo».
Sentite adesso alcuni voci del nostro tempo. Ci aiutano a misurare la distanza, che è siderale.
«Siamo noi il motore della ripresa».
«La ripresa c'è ma non è il frutto di chissà quale miracolo esterno. Il merito è tutto di un ampio processo di ristrutturazione industriale. Ma i margini della redditività continuano a calare. Aumenta il costo del lavoro per unità prodotta».
Cito un articolo dedicato al convegno di Genova delle piccole imprese, presenti i personaggi chiave dell'industria italiana e una platea di ministri (Corriere della Sera, 30 marzo). Come si vede c'è l'impegno di non concedere niente al governo («se c'è un successo è soltanto nostro») bilanciato dalla consueta e un po' sgradevole tendenza a chiedere, che è ormai tipica di tutti i protagonisti della vita pubblica italiana che sono in grado di farlo. Ma come vedete, secondo una tendenza ormai accettata e radicata, il lavoro compare solo come circostanza avversa, come palla al piede.
Proviamo a isolare alcuni concetti di questa interessante dichiarazione (che la giornalista Polato del Corriere< attribuisce a Giuseppe Morandini, presidente delle piccole e medie imprese, a Sandro Trento, direttore del Centro Studi e a Luca Cordero di Montezemolo).
«Siamo noi il motore della ripresa». È una orgogliosa rivendicazione che denota un curioso senso di solitudine in un paesaggio - europeo e americano - che da tempo ha abbandonato il lavoro e si occupa solo di tutelare le imprese. Certo la frase vuol dire: non dobbiamo nulla al governo. Suggerisce almeno la domanda: come mai la crescita del Paese, con un altro governo, era zero? Come mai Emma Bonino, in quel convegno, può dire che «finalmente si rivede la capacità di esportare»?
«Il merito è tutto della nostra ristrutturazione». Leviamoci il cappello. Ma perché, quando le cose vanno male non si dice mai "la responsabilità è tutta della nostra incapacità organizzativa"? Possibile che le imprese abbiano solo meriti, e da un solo lato, quello dell'imprenditore? Senza il lavoro?
«Il costo del lavoro per unità di prodotto continua a crescere per effetto della bassa produttività». Vuol dire che gli operai sono pigri o che il lavoro è male organizzato? E se lo è, come comporre questa immagine di scarsa efficienza con l'autopromozione appena celebrata di una "straordinaria ristrutturazione"? Chiunque sa e capisce che la produttività è il capolavoro dei manager e non può essere (si diceva solo nella Cina di Mao) lo slancio incontenibile dei lavoratori.
Dunque manca qualcosa a questo quadro, una sorta di cecità selettiva che sembra attraversare la cultura d'impresa del mondo e stinge anche sui governi e sulla Commissione Europea. Manca il lavoro, la sua dignità, l'attenzione necessaria (se non altro per abilità imprenditoriale), la chiamata dei lavoratori alla ribalta per gli applausi, quando le cose vanno bene, come fa anche il più vanesio direttore d'orchestra quando, nello scroscio di applausi e di "bravo", invita gli esecutori ad alzarsi in piedi.
Mancano veri dibattiti sul compenso. Ricordate? Un Papa di due secoli fa ammoniva «Dare la giusta mercede agli operai». "Giusto" è una parola grossa. Ma è anche un impegno di civiltà e un programma di governo.
Un Paese, nella vita internazionale, si imbatte spesso in cliché negativi ed è giusto che reagisca con orgoglio. Possiamo accettare che si dica: «L'Italia è il Paese che compensa meno di tutti il lavoro» anche quando il lavoro porta al successo? La risposta è no , 30 marzo).
Fonte : l’Unità del 1 aprile 2007
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