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“Bon Ton” e conflitto d’interessi
di Vincenzo A. Romano

Esisteva un detto, ormai in disuso, che “anche la moglie di Cesare  deve essere al di sopra di ogni  sospetto”.  Questo non tanto perché a qualcuno importasse che la  moglie fosse irreprensibile quanto, piuttosto, che fosse  Cesare ad essere al di fuori di ogni sospetto. Pur non conoscendo l’origine dell’ allocuzione possiamo intuirne le cause. A Roma –vedi i casi della storia- c’era il vezzo, per i pubblici funzionari che anche allora si chiamavano proconsoli, di fare i propri interessi di bottega a spese degli amministrati. La Roma dei tempi di Cesare e prima di Cesare (ma oggi non più) sfornò una serie di leggi che conosciamo come ad repetundum (o repetundarum)  che non erano, come avrebbe tradotto il giovin signore pariniano “per ripetere”, bensì per far restituire il maltolto. Il governo del Cavaliere ha fatto strame di questa ignobile odiosissima usanza  così che oggi diventa tutto più facile. Anche per la moglie di Cesare.
Molti ingenui e moltissimi in malafede si chiederanno a questo punto cosa c’entrino il bon ton ed il conflitto d’interessi. C’entrano. Perché da qualche giorno, ad intervalli fissi, sugli schermi che trasmettono i programmi delle tre reti del Cavaliere appare una conturbante signora che promette che, dal 5 novembre prossimo venturo, metterà in contatto la gente scontenta con gli uffici (si pensa della pubblica amministrazione) cui mai hanno potuto accedere. Il trucco è perfetto, la voce suadente il viso quello di Barbara Palombelli. E qui si comincia a capire che il bon ton c’entra eccome. La moglie di Cesare lavora per Bruto e siccome Bruto è quello che ha fatto fuori Cesare la cosa è, almeno, indelicata. “Qualsiasi cosa faccia, si capisce  troppo chiaramente che fa quella cosa e in quel modo perché gli serve” scriveva Lina Sotis nel suo “Bon Ton” alla voce  Carrierismo, proprio negli anni in cui Barbara, come Diana cacciatrice tendeva l’arco e gli strali contro i politici della prima repubblica e molti l’amavano nelle colonne di Repubblica.
Poi incontrò Cesare (La repubblica 6 giugno 2005) che da scavezzacollo antisistema si era trasformato in cattolico servente,  dopo una crisi mistica probabilmente, con un “riavvicinamento lento di una persona cresciuta in una famiglia cattolica, formata negli studi dai gesuiti”. E così messa su famiglia, dal 1985 Barbara -che resisterà a far la pasionaria per qualche anno- si ritroverà ben presto al Campidoglio. Oggi dopo essere stata la moglie del sindaco di Roma e col centrosinistra, la moglie di uno dei capi dell’opposizione che si batteva (o fingeva di) contro il conflitto di interesse del capo del governo, si trova ad essere la moglie del vicecapo del governo che dovrebbe eliminare il conflitto d’interesse (soprattutto quello  del Cavaliere).
Posizione ideale per tornare a fare la Diana cacciatrice.
Che fa invece Barbara? Va a lavorare per il capo dell’opposizione –si presuppone non gratuitamente- contro il quale Cesare dovrebbe riprendere l’ uso delle leggi ad repetundum.
Non possediamo la forza morale di Giorgio Bocca e nemmeno il suo infinito sarcasmo, e quindi non chiederemo: “Perché Barbara ?”.
Anche perché siamo un poco vigliacchi e non vogliamo intrupparci in quei “cretini che non cambiano mai idea” come va ripetendo Giulianone.
Ed anche perché c’è ancora Giorgio Bocca che al suddetto Giulianone che gli vuol far dire a tutti i costi che i partigiani della guerra di liberazione erano uguali ai “repubblichini di salò” risponde: “Mi dispiace per te Giuliano, ma ricordo che tuo padre, quando scriveva su Rinascita era già d’accordo con  quanto vado dicendo io”.

 

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