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Integrazione nel proprio territorio:
diritti di partecipazione e cultura d’impresa

di Giovanni Urracci
Il documento del Partito Socialista Svizzero (SP-PS) sull’integrazione contiene importanti spunti per la discussione. Tale elaborazione ci pare abbia origine da due principali preoccupazioni. Da una parte l’urgenza di definire un aspetto importante della linea politica in vista delle elezioni del prossimo anno per il Parlamento federale. Dall’altra la necessità di contrastare gli effetti nefasti sull’opinione pubblica delle compagne dell’SVP-UDC. Campagne martellanti e capillari che hanno fatto della diffidenza verso gli stranieri il principale strumento di organizzazione del consenso, anche a costo di rendere più difficile il già complesso processo di integrazione in questo paese.
A questa campagna è necessario rispondere per invitare gli elettori a sdrammatizzare e a guardare i fatti per quello che sono. Nessuna invasione di stranieri si profila all’orizzonte, nessuna egemonia islamica ne mette a rischio la sovranità. Sarebbe però un grave errore inseguire la SVP-UDC sul suo terreno. Il consenso ottenuto serve in realtà alla SVP-UDC non solo per occuparsi di stranieri, ma per dispiegare un progetto politico che ha fra gli obiettivi quello di porre fine all’iniziativa pubblica e a quello che normalmente si definisce “stato sociale” nei suoi due aspetti prevalenti: rafforzare garanzie e sicurezza; e promuovere e stimolare le energie intellettuali e imprenditoriali della società. Siamo convinti che solo una politica di grande respiro possa convincere il cittadino elvetico a guardarsi avanti e ad avere fiducia nei propri mezzi. A basare cioè le ragioni profonde della propria forza politica nella capacità di integrare tutti i cittadini, svizzeri e stranieri, in un comune progetto di convivenza.
Eppure le società sincretiche vincono, la storia ce lo insegna. Dalle monarchie ellenistiche del III secolo a.C. alla Roma del I. secolo d.C.; dalla Palermo arabo-normanna di re Ruggero nel XII secolo, quando i documenti ufficiali e anche privati erano scritti in quattro lingue: arabo, ebraico, greco e latino, fino all’Italia del Rinascimento; e su su fino agli Stati Uniti di Roosevelt e a quelli di Bill Clinton: le società che hanno dato patria e diritto di parola e poi lasciato interagire fra loro le tante individualità, voci e culture che le animavano dall’interno, hanno lasciato tracce profonde nella storia. Così pensiamo debba essere per l’Unione Europea.
Chiediamo ai nostri amici e compagni dell’SP-PS di porre al centro della propria iniziativa politica il tema del lavoro e della formazione per tutti, cittadini svizzeri e immigrati. Di parlare di diffusione della cultura dell’impresa e di formazione permanente per creare cultura di governo, dal territorio ai grandi problemi globali. Chiediamo loro di avere il coraggio politico di parlare di Europa intesa come grande occasione, come spazio all’interno del quale la Svizzera può dimostrare le proprie migliori qualità. Chiediamo loro di parlare di ecologia e di sollecitare con fiducia un consenso basato sulla responsabilità ambientale intesa come tema capace di unificare le energie intellettuali e materiali degli esseri umani. Esortiamo i nostri amici e compagni socialisti a fare politica sui grandi temi, in modo da trasformare il triste repertorio dell’SVP-UDC nella trappola dentro la quale finirà per rinchiudersi con le proprie stesse mani.
Noi dell’emigrazione rivendichiamo diritto di voto e partecipazione politica e consideriamo tutto ciò un importante veicolo di cittadinanza. In questo modo siamo chiamati a vivere, a capire e a decidere sui problemi di questo paese. Dobbiamo produrre una cultura di governo, far valere la nostra originalità come una ricchezza, far interagire le idee, dimostrare che il confronto paga. Tutto ciò, rispetto alle antiche e recenti abitudini, rappresenta una svolta. Siamo stati in passato complici della nostra separatezza. Oggi dobbiamo condividere. Solo quando saremo capaci di esprimere una cultura di governo nei confronti di questo paese potremo considerare risolta la nostra integrazione. Scopriremo di aver contribuito a trasformare questo paese e di aver cambiato noi stessi. Ci piacerebbe sentirci orgogliosi di un paese che ci ha trasformato rispettandoci. Non esiste integrazione senza rispetto.
Quando una generazione si ritiene maestra irripetibile, finisce che non dà luogo ad alcuna continuità. Quando invece accetta i propri limiti, è finalmente libera e rende possibile il passaggio di esperienza e di cultura alle generazioni successive. Mi riferisco a quei compagni di notevole esperienza che ritengono di non poter dialogare con le nuove generazioni perché sono “irrazionali”, in realtà perché non le capiscono. Nell’emigrazione l’urto fra generazioni credo sia ancora più aspro. La prima generazione, quella arrivata qui in gran parte molti anni fa, deve avere il senso della propria funzione nel tempo. Ognuno di noi deve averla. Esiste una memoria importante da lasciare, il senso della dignità dell’uomo e del lavoratore e la sua difesa attraverso il libero esercizio della politica. Questa è l’essenza della partecipazione che oggi rivendichiamo.

Sul documento dell’SP-PS
desidero fare alcune osservazioni.

    • A fronte di una mobilità che oggi ha assunto proporzioni globali o continentali, noi stiamo ancora ragionando attorno ad una concezione territoriale e localistica dell’integrazione che si sviluppa nell’arco di più generazioni. Dal punto di vista statistico, oggi è più rilevante l’immigrato poco qualificato che proviene da culture lontane o quello qualificato, attirato soprattutto dal livello del reddito e dalla possibilità di crescere professionalmente? Veramente lo scopo dell’immigrato di oggi è l’integrazione nella società elvetica?
      2. La formazione, nella logica territoriale e localistica è funzionale all’integrazione. Nella logica della società globale la formazione serve alla libertà dell’individuo. Libertà di capire, di partecipare, di diventare egli stesso impresa.
      3. Dobbiamo quindi parlare di formazione per le imprese esistenti sul territorio, o piuttosto di cultura dell’impresa legata alla valorizzazione delle risorse del territorio? Il diritto di partecipazione politica, che noi consideriamo la discriminante per capire se uno straniero è integrato o no, non si esaurisce nel diritto di voto, ma esprime il diritto a valorizzare e ad interpretare magari in modo nuovo ed inaspettato il proprio spazio di vita, ad appropriarsi del proprio territorio e a trasformarlo, quindi a fare impresa.
      4. Si impone una riflessione sugli Arbeitsamt! Le procedure ridicole e l’ossessione burocratica e punitiva di queste istituzioni pubbliche trasformano un momento fondamentale nella vita di ogni lavoratore in un calvario spesso inconcludente, in cui l’ultima preoccupazione appare proprio quella di definire una nuova figura professionale, utile e con un futuro! La lettera con l’intestazione giusta, il curriculum persuasivo, né troppo lungo né troppo corto, la foto che ti ringiovanisce e ti fa sembrare intelligente, come se questi fossero i problemi! In questo modo, il nuovo impiego che si trova è spesso meno qualificato rispetto al precedente. Oggi non solo la cultura dell’impresa e la cultura del lavoro tendono a coincidere, ma questi due elementi fusi insieme appaiono sempre di più uno strumento di governo dei problemi del territorio con il quale si confrontano. Fondamentale diventa il sapere di cui si dispone, il sapere più ancora del denaro. Ai disoccupati bisogna insegnare come si fa un’impresa, come si diventa impresa, non come si cerca il lavoro in un’impresa. Formare per il mercato del lavoro significa in gran parte lasciare la decisione dello sbocco occupazionale a qualcun altro. Questa riflessione è urgente sia per il cittadino elvetico, sia per l’immigrato, sia per il giovane con poca formazione, sia per il cinquantenne con alle spalle anni di esperienza lavorativa.
      5. Il tema della formazione meriterebbe considerazioni più approfondite. Il tema della cultura dell’impresa richiede un riferimento al cosiddetto “terzo settore” la cui ricchezza progettuale è una novità di quest’ultimo decennio. L’offerta formativa deve collegarsi alle esigenze del territorio e deve dare strumenti di analisi e di interpretazione delle sue risorse e opportunità. Formazione e progetto di nuovi sbocchi professionali vanno insieme.
      6. Il “patto per l’integrazione” deve essere meglio precisato. L’immigrato non può trattare da solo con un’istituzione o con la direzione di un’azienda. Siccome un patto sottintende la reciprocità, quali possono essere le conseguenze di una cattiva integrazione? Nello stesso tempo, i contenuti del “patto” possono essere oggetto di contrattazione. Non volendo, il documento dell’SP-PS suggerisce una nuova forma di contrattazione collettiva.

     

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