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MESSICO
Parla Marisela Ortiz Rivera, fondatrice di Nuestras Hjias de Regreso a Casa di Ciudad Juarez. "Ni Una Mas"
di Nicoletta Bertorelli
“Sono viva grazie ad Amnesty.”. Così ha dichiarato Marisela Ortiz Rivera, fondatrice dell’organizzazione “Nuestras Hijas de Regresso a Casa”, di Ciudad Juarez, Chihuahua, Messico, all’incontro con le associazioni romane, mercoledì 30 maggio, alla Casa Internazionale delle Donne di via della Lungara.
“Quelli che mi hanno infilato una pistola in bocca e me ne hanno puntata un’altra alla testa, non mi hanno ammazzata perché per loro è meglio che io sopravviva, così che possa assistere a quello che vogliono e possono fare alle mie figlie, in qualsiasi momento.”.
Marisela Ortiz Rivera ha affrontato il viaggio dal Messico fino in Italia per sollecitare l’attenzione delle autorità internazionali, delle organizzazioni contro la violenza di genere, degli osservatori per i diritti umani, perché costringano le autorità messicane e il Presidente stesso a prendersi la responsabilità di far emergere tutta la verità sulla strage senza precedenti che avviene in questa cittadina al confine tra Messico e Stati Uniti dal 1993 ad oggi, nella più assoluta indifferenza delle forze dell’ordine.
Una strage che ha molti lati oscuri, e che (come hanno dimostrato vari studi, come quelli di Diana Washington Valdez, Sergio Gonzalez e altri), vede coinvolta la classe dirigente cittadina al completo, con la connivenza della polizia e dei mezzi di informazione, per coprire oltre 430 atroci delitti contro ragazze e bambine (alcune di pochi anni) e la sparizione di altre 200 ragazze, i cui corpi non sono ancora stati ritrovati.
Il movente di questi delitti non si conosce, ma le caratteristiche comuni sono state attentamente individuate ed esposte dalle donne che fanno parte dell’organizzazione e dai loro alleati stranieri, giornalisti, investigatori, criminologi e attivisti da ogni parte del mondo. I delitti hanno l’apparenza di rapimenti a sfondo sessuale, e sembrano l’opera di un serial killer: le vittime vengono prelevate, fatte sparire per diversi giorni, stuprate, torturate e infine uccise. I loro corpi vengono poi abbandonati nei campi incolti intorno alle fabbriche in cui spesso lavorano (a Ciudad Juarez si concentra buona parte degli immigrati dal Centro America).
La teoria del serial killer non collima, tuttavia, con vari elementi riscontrati da investigatori dell’FBI coinvolti nelle indagini, nè con il comportamento troppo negligente delle autorità di polizia che dovrebbero far luce sui fatti. Come mai nessun ritrovamento di cadavere è avvenuto ad opera della polizia, e come mai le madri delle ragazze che scompaiono vengono umiliate quando vanno a sporgere denuncia, e anche quando i cadaveri delle loro figlie vengono ritrovati? perché la polizia rifiuta di effettuare le analisi del DNA, e di fornire campioni organici alle famiglie quando esse si offrono di svolgerli privatamente?
Eppure a Chihuahua c’è il più grande laboratorio di analisi del DNA di tutto il Messico. “Sarebbe come dare un giocattolo costoso a un bambino povero”dice Marisela. Da chi sono arrivate le minacce di morte contro tutti coloro che hanno cercato di dare una spiegazione diversa dei fatti, una spiegazione che metteva in causa la mafia, il narcotraffico, i potenti imprenditori locali?
Una delle ipotesi, avanzata dall’antropologa Rita Segato, è che l’estrema efferatezza dei crimini di Ciudad Juarez corrisponda ad una sorta di codice mafioso, a una sorta di “rito iniziatico” per aspiranti adepti alle famiglie, o ad un “omaggio” reso ai boss. Le madri di Juarez e Chihuahua comunque ormai sanno con certezza che, qualunque sia il motivo della morte delle loro figlie, e chiunque sia il vero colpevole, non saranno le autorità messicane a fare giustizia. Al contrario, le autorità stanno facendo di tutto perché niente venga scoperto. “Non credete a nessuna versione ufficiale” avverte Marisela. “ Nessuno vi dirà la verità, se non le testimonianze dirette delle donne che hanno vissuto sulla propria pelle la sparizione e l’assassinio di una figlia”.
Marisela era la maestra di Lilia Alejandra Garcia Andrade, l’aveva vista crescere. “Vedevo per lei un futuro brillante”. Il 14 febbraio del 2001 Alejandra (aveva allora 16 anni) non rientrò a casa all’ora stabilita. Era una ragazza precisa e puntuale, abituata ad avvisare di qualsiasi ritardo, quindi la madre si preoccupò. La denuncia di sparizione non ebbe alcun seguito. Al contrario, Norma fu umiliata dai poliziotti, che minimizzarono l’accaduto sostenendo che la ragazza era fuggita di propria volontà, e insinuando che si drogasse o volesse fare sesso liberamente con qualcuno. Nessun conoscente o vicino di casa, né collega di lavoro, ammise di averla vista durante la giornata in cui si erano perse le sue tracce. Con il passare delle ore, e poi dei giorni, l’angoscia dei suoi familiari si trasformò in terrore, e infine in una quasi-certezza, peggiore della certezza stessa, che fosse successa “quella cosa”: la cosa che dal 1993 ad oggi è certamente successa a più di 430 ragazze, su 600 “desaparecidas”.
E infatti “quella cosa” era successa. Alejandra era stata rapita dall’organizzazione criminale che da tutti questi anni spadroneggia impunita a Ciudad Juarez, e che ha rapito e ucciso anche tutte le altre ragazze. Ai tempi in cui Alejandra fu rapita, molti credevano ancora alla teoria del serial killer che si aggirava nei quartieri solitari e pericolosi attorno alle maquiladoras. La radio e la televisione, mettevano quotidianamente in guardia le donne sui pericoli che correvano, invitandole ad uscire dal lavoro in compagnia e a stare in guardia.
Ma la verità era ben diversa. Alejandra fu sottoposta a violenze estreme, stuprata collettivamente, torturata per cinque giorni e infine massacrata e uccisa a forza di botte. Alcuni testimoni videro, il quinto giorno, una ragazza fuggire seminuda, inseguita da molti uomini. La ragazza fu raggiunta e trascinata su un’automobile. Dai movimenti della macchina, i testimoni non sanno dire se stessero violentandola o picchiandola. Il corpo di Alejandra fu in seguito ritrovato in un campo, irriconoscibilmente sfigurato. Le labbra e altre parti del corpo (non è nostra consuetudine descrivere l’orrore, ma in questo caso è necessario, ndr) le erano state strappate a morsi, le ossa del viso erano state tutte fratturate, aveva ustioni dappertutto ed era stata strangolata.
La madre (come tutte le altre madri delle ragazze rapite di Juarez) fu costretta ad effettuare il riconoscimento da sola. Le fu detto che era stata fortunata. Infatti, la maggior parte delle ragazze rapite di Ciudad Juarez non sono mai state ritrovate, oppure i corpi erano talmente sfigurati dalle torture da non essere più riconoscibili. Molte hanno avuto in consegna un sacchetto contenente delle ossa, e sono state messe di fronte all’alternativa di riconoscerle come i resti delle loro figlie, oppure di vederle seppellire in una fossa comune. Molte non hanno avuto scelta.
Distrutte emotivamente e terrorizzate, hanno rinunciato loro malgrado a cercare la verità.
Ci sono state anche ragazze sopravvissute alla strage. I loro racconti parlano di stupri collettivi, della presenza di poliziotti tra i violentatori, di “punizioni” ancora più efferate ogni volta che la madre cercava di contattarle al telefono cellulare, e forniscono altri elementi che permetterebbero a un’indagine accurata (se ci fosse la volontà politica di svolgerla) di risalire con facilità ai veri colpevoli.
La cosa che differenzia Norma Andrade da altre madri è che, insieme con Marisela, cominciò subito dopo il ritrovamento del cadavere della figlia ad organizzare la protesta, a chiedere giustizia, e grazie alla sua determinazione altre madri riuscirono a trasformare la loro mostruosa sofferenza in determinazione, a fondare l’organizzazione, a risvegliare l’interesse dei media stranieri (perché quelli locali ancora oggi non danno alcun rilievo alla loro lotta), e a far intervenire altre organizzazioni, come Amnesty International, il Governo americano, le associazioni per i diritti umani e anche le Nazioni Unite.
Grazie a loro, oggi il mondo sa di Ciudad Juarez, e il dramma della border-town, che divide il mondo industrializzato dal terzo mondo, in un tragico incastro di narcotraffico, miseria, industria e immigrazione, dove la violenza domestica è una regola e la violenza organizzata contro le donne ha la garanzia dell’impunità, rischia di esplodere in una crisi internazionale sulle violazioni dei diritti umani che (speriamo) costringerà le autorità messicane a fare luce sui fatti degli ultimi quattordici anni e a smettere di coprire i responsabili. Si sta combattendo affinché quello che è stato definito “il femminicidio” di Ciudad Juarez, una strage senza precedenti nella storia, sia dichiarato crimine contro l’umanità.
Riconoscere il crimine in questi termini aprirebbe la strada ad azioni diverse da quelle che sono state intraprese finora, ma implicherebbe conflitti di interessi molto pesanti. Chi tiene in mano le industrie della città, ha in mano anche tutto il giro di traffici illeciti che costituiscono il vero guadagno, e non intende farsi togliere di mezzo tanto facilmente.
Uno dei risultati che le madri di Juarez hanno ottenuto, è che un gruppo di avvocate argentine si è attivato per contribuire all’applicazione delle norme per l’identificazione dei cadaveri.
Hanno avuto il sostegno delle Madres de la Plaza de Mayo, dalle quali hanno appreso molto (ogni primo giovedì del mese, vanno a manifestare in silenzio davanti al Palazzo del Presidente). Sono riuscite a farsi consegnare tutti i fascicoli sui rapimenti e gli assassinii, e li hanno studiati facendo dei controlli incrociati sui nomi dei poliziotti negligenti, delle ragazze, sulle date delle sparizioni, i luoghi e le posizioni dei ritrovamenti...e hanno anche individuato i colpevoli, i cui nomi, che sono stati resi pubblici anche dalla giornalista investigativa Diana Washington Valdes fanno capo alle famiglie dei quattro imprenditori più ricchi della città,: Fuentes, Saragoza, Cavada, Sotelo.
A proposito dell’assassinio di Alejandra, ad esempio, vi è un’agghiacciante ricorrenza del nome Valentìn (il nome di Fuentes) con la data del rapimento (San Valentino), il nome del centro commerciale dove Alejandra è stata sequestrata (Valentìn) e il ritrovamento del cadavere, in calle Valentìn).
Diana Washington Valdes, dopo avere fatto questi nomi, ha ricevuto delle minacce di morte e non può più andare a Ciudad Juarez. Ma il peso reale di questa grande battaglia è tutto sulle spalle di un gruppo limitato di donne, che hanno ormai esaurito i loro soldi, la loro forza morale e che rischiano la vita ogni giorno: ora hanno organizzato questo viaggio in Italia per chiedere il sostegno di tutte noi.
Questo, il senso dell’incontro del 30 maggio di Marisela Ortiz con un gruppo di parlamentari italiane, organizzato dalle Donne in Nero di Roma. Valentina Aprea, Titti de Simone ed altre si sono impegnate ad attivarsi affinché, in occasione della prossima visita in Italia del Presidente Felipe Calderon, gli sia consegnato un documento scritto con un’interrogazione riguardo al caso di Ciudad Juarez.
“Il Presidente- ha detto Marisela – deve essere costretto a ricevere una delegazione di madri, cosa che non ha mai accettato di fare”.
L’incontro alla Casa delle Donne invece, alla presenza della Consigliera di Parità della Provincia Daniela Belotti, e di rappresentanti della Provincia di Cagliari (in rete per il sostegno alle famiglie delle donne assassinate a Juarez), aveva lo scopo di promuovere nella nostra città la petizione “Ni una mas!” (“Neanche più una!”)
Questa petizione, che consiste in una raccolta di firme da indirizzare al Presidente messicano e al Congresso americano, è sul sito www.mujeresdejuarez.org.
Marisela conclude con questo incontro una serie di pubblici dibattiti e conferenze con i quali l’organizzazione messicana ha inteso portare all’attenzione internazionale l’urgenza di interventi esterni, dal momento che le autorità messicane, probabilmente conniventi con gli autori degli orrendi crimini che da più di dieci anni colpiscono le donne di Juarez, non sono interlocutori affidabili, né contribuiscono efficacemente alla ricerca della verità.
Per chi volesse informazioni più approfondite sulla vicenda, ricordiamo il libro di Sergio Gonzalez “Ossa nel deserto” edito da Adelphi. A tutte, l’invito a visitare il sito e a tenere d’occhio la visita del Presidente Felipe Calderon, in programma a Roma per il 3, 4 e 5 giugno 2007. Non restiamo a guardare.
Per donazioni: “Nuestras Hijas de Regresso a Casa”, Nueva Cuenta Bancaria en Ciudad Juárez
Banco Banamex sucursal No. 4492 - Numero de cuenta 48290
CLABE bancaria: 002164 4492 0048 2907
fonte
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www.womeninthecity.articolo21.com
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