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Aspettando il congresso
di Vincenzo A. Romano
Il comitato centrale dello scorso 22 ottobre, “improvviso e
imprevisto”, ma necessitato dal continuo evolversi di una situazione politica che pone ogni giorno il governo di fronte ad attacchi sempre più stringenti verso una sterzata moderata, “per ovviare ad una finanziaria scritta sotto il ricatto delle sinistre classiste”, ci dà due opportunità. La prima di svolgere un’attenta vigilanza sul merito delle questioni che interessano la classe dei lavoratori su pensioni, ticket, tagli alla scuola e all’università, precariato ed altro. La seconda, rimandando i tempi del congresso, di non impelagarci in questioni di bottega o supremazia interna , ma di occuparci sia dell’ampliamento del PdCI sia di cosa accadrà di quella parte dei Ds che non entreranno nel partito democratico.
In queste pagine abbiamo ospitato spesso il disagio e poi il malumore di molti compagni che pur dentro il partito dei democratici di sinistra non riescono a capacitarsi della deriva moderata, taluni arrivano a chiamarla centrista, in cui i DS stanno scivolando.
Da questo osservatorio vediamo ancora di più: compagni che, pur militando nel partito di Fassino e D’Alema e gestendo siti di ispirazione diessina, ci chiedono di potere pubblicare,essi, nostro materiale che va in senso opposto alle direttive dei due leaders.
In Sardegna esiste un problema per il partito democratico: gran parte della base non vuole diventare democristiana.
Il sardo Gavino Angius ha stigmatizzato “la gestione eccessivamente oligarchica dei principali momenti in base ai quali è stata scandita la transizione verso il nuovo soggetto politico” e molti in quest’isola, a parte i “riformisti per vocazione”, lo seguono con interesse e preoccupazione proprio a causa di questi due punti: un partito imposto dai vertici e la indeterminatezza dei programmi.
La domanda più frequente è “dove si andrà a finire?”. E la paura non è scemata dopo la tracotanza delle tessere di DeL inviate direttamente a casa di compagni e la certezza dei vertici della Margherita che sarà Fassino ad andare a Canossa nonostante le posizioni di D’Alema.
Il rinvio del congresso può darci l’occasione, come si augura la compagna Francesca Corso, di “attenuare e risolvere conflittualità esistenti nonché di operare una verifica delle lievitazioni atipiche delle tessere”. Altro è l’obiettivo cui vorremo e dovremo rivolgerci nell’immediato futuro.
Mentre è palese a tutti che è già iniziata –all’interno di DS e Margherita- la lotta per la spartizione del potere di un partito che ancora non c’è, ma che dopo Orvieto ha avuto una sicura accelerata, i Comunisti italiani devono guardare a quei milioni di persone che non vogliono rassegnarsi alla morte definitiva del PCI che, nell’intimo di molti, non era davvero morto, ma aveva dovuto –li aveva convinti Occhetto con le sue lacrime fra le rose- adeguarsi ai tempi per sopravvivere. Gli stessi che avevano ingoiato di essere Democratici, ma –almeno-di sinistra e non vogliono, però, essere solo “democratici” e magari “cristiani” per sovrappeso.
Non si rassegna Cesare Salvi della “Sinistra DS per il socialismo”, non si rassegna Mussi e nemmeno Valdo Spini che non concepisce una uscita dal “socialismo europeo” un non sense che spaventa molti. La domanda-risposta che si è fatto Diliberto “confluiranno nella Sinistra Europea? -No” è evidente oltre che soluzione tecnicamente impossibile.
Non rimane che ri-prendere il vecchio discorso della confederazione delle sinistre, ciascuna con le caratteristiche proprie, rimanendo noi comunisti, ma trovando una convivenza di programmi e di lotte perché il mondo e la storia non sono finiti con Fukyama, perché il suo liberalismo non è la meta naturalmente finale dell’uomo ed il comunismo è un’idea di cui ancora andiamo orgogliosi e può essere declinato in senso moderno ed anti neo-con.
Il lavoro è duro e prima di tutto di compattamento e diffusione nel territorio; subito, prima che si dissolva il partito che non sarà più di sinistra. Questa è un’isola difficile, di matrice di centro destra dove i più grandi successi si avevano con i Velio Spano, Polano, Marras ed erano i tempi delle occupazioni delle terre, della riforma agraria delle lotte dei minatori. Allora la DC contava su oltre il 41% di voti e gli altri se li spartiva la destra con Lauro e le sue scarpe spaiate.
Poi gioie e trionfi nel meraviglioso periodo di Enrico Berlinguer. La trasformazione-morte del PCI ci ha travolti e le promesse berlusconiane sconfitti. Oggi torniamo, come Comunisti italiani, al governo di regione, provincie e molti comuni, esprimiamo il Segretario Nazionale.
Ma ancora qualcosa non va. E’ vero che veniamo da una esperienza burrascosa, ma ora si veleggia, almeno elettoralmente, con il vento in poppa. Ci siamo ripresi e aumentiamo in voti. Siamo il terzo partito della sinistra. Ma non ci accontentiamo. Occorre fare un ulteriore esame di coscienza, abbiamo fatto tutto il possibile? Lo stiamo facendo? Abbiamo espresso un deputato al Parlamento e contribuito, per la maggior parte ad eleggere un senatore; a Cagliari –nelle ultime comunali- siamo, nel centrosinistra, gli unici ad avere raddoppiato i voti raggiungendo Rifondazione.
Ma abbiamo oltre 1000 voti senza preferenza.
Occorre un’analisi per affrontare il difficile compito del dopo Orvieto.
Mille persone ( in più) che pensano e votano comunista sono, in una città come Cagliari, un risultato lusinghiero, ottimo addirittura se
rapportato al crollo degli altri partiti di centrosinistra, ma pongono una domanda. Ammesso che con la nostra azione d’informazione, di far conoscere il Partito (a livello regionale e di federazione), di propaganda, avessimo attratto due o trecento votanti, altri settecento condividono le nostre idee, la lotta per il lavoro, la scuola, le pensioni, la lotta di classe che ci contraddistingue, per dirla tutta, e sono un potenziale da conquistare avvicinare e utilizzare come nucleo di aggregazione per il dopo Orvieto.
Molti di loro, diciamolo chiaro, possono essere già parte dei DS delusi dal Partito democratico e questa, allora, è la strada che dobbiamo perseguire.
E’ importante che questo partito si riappropri, assieme alla esperienza della analisi marxista della società, del messaggio di Enrico Berlinguer tornando a guardare, in questi tempi di globalizzazione economica, ai lavoratori e non solo –come fa una parte dei DS- ai consumatori. Sarà questa la sfida da affrontare perché un lavoratore (proletario, dipendente, piccolo commerciante, piccolo artigiano o pensionato) diventa consumatore se il livello del suo salario non scende al limite –o sotto quello- della pura sopravvivenza.
Un partito dei lavoratori dentro uno stato che incida sul mercato non per stravolgerlo, ma per fornirgli regole che stronchino lo sfruttamento selvaggio del cittadino-consumatore e che miri al massimo dell’occupazione.
Un poco più di Keynes, insomma, e molto meno neo-liberismo sfrenato. E su questa strada troveremo molti e molti compagni disposti a lavorare con noi.
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