La cellula, la sezione ed il radicamento; una proposta
Vincenzo A. Romano
Sono trascorsi quasi quattro anni dal giorno in cui Severino Galante, commentando alcuni passi del lavoro di Hobsbawm: “Il Secolo breve”, pur affermando che avevamo perso una sfida più che secolare ( 1848-1991) sulla concezione della società, sulla concezione della democrazia, dello stato, delle relazioni internazionali, della cultura, della partecipazione, tuttavia considerava la sconfitta temporanea, nonostante fossimo nel pieno della fase di instaurazione del “regime berlusconiano”.
Le convinzioni gli derivavano dal fatto che se la generazione dei perdenti si fosse “disincrostata” delle vecchie posizioni per trasmettere a quella futura i germi dei nostri ideali (che comunque non erano stati sconfitti insieme con la caduta del comunismo negli stati orientali), ebbene nell’arco di una generazione avremmo potuto risorgere come Partito. Scriveva infatti Galante riferendosi alla sconfitta inferta dal sistema del capitale “E’ dentro a questo quadro che si pone il problema del partito e della sfida del partito perché quella vittoria è la vittoria sulla costruzione anche politica anche organizzativa del movimento operaio in tutte le sue articolazioni nel secolo e rotti che ci sta alle spalle e questo dice l’enormità della sfida che noi ci proponiamo nel momento in cui ciononostante, da sconfitti, ma non da arresi, noi diciamo che oggi c’è la necessità di ricostruire un partito che noi chiamiamo partito comunista perché ci richiamiamo ad una certa linea e ad una certa tradizione che sia in grado di fare fronte a questa sconfitta, di riorganizzare le forze e di via via tentare di passare dalla difesa al contrattacco sia su scala nazionale, perché le nazioni contano ancora, sia su scala europea e su scala mondiale dentro lo schema dell’internazionalismo che di nuovo viene dalla nostra radice, dalla nostra storia”. 1
Si tratta quindi di fare, insieme con le nuove leve, questa operazione di “levarsi le croste del vecchio”, formare nuovi quadri e metterli in condizioni di rielaborare il Partito nel solco della tradizione e degli ideali che sono a fondamento del nostro pensare ed agire politico, ma al di fuori delle logiche –diciamolo chiaro- che sono risultate perdenti.
Una cosa possiamo fare per la nuova generazione: preparare il terreno e, cosa in cui molti erano bravissimi, riappropriarci del territorio e mettervi radici. Riandando alle antiche fonti, che in fondo sono trascurate da tempo, della cellula e della sezione. I più scaltri hanno già mangiato, sono certo, la foglia: occorre ritornare a Gramsci e, ristudiatone il metodo e la teoria, aprire la nuova stagione.
Sento, purtroppo, alcuni compagni lanciarsi in pericolose affermazioni sulla oramai acclarata inadeguatezza di Marx e dello stesso Gramsci nei tempi odierni della “globalizzazione totale”.
E’ un discorso che non si può né deve accettare perché è presuntuoso e lontano dal vero. Ad una signora che gli chiedeva a cosa servisse la matematica, pare che Bertrand Russel avesse replicato “ A far scendere il prezzo dello zucchero, mia cara”. E’ una risposta che mi ha sempre guidato nell’approccio con il mondo della “gente normale e benpensante”. Perché mi dà il senso degli obiettivi da raggiungere, fuori dell’osservazione del momento contingente. Pensatori e filosofi, diversamente dalla massa che li circonda, hanno la meravigliosa fortuna di concepire l’astratto talché quelli veri, e sia Marx che Gramsci lo erano, vedono l’essenza delle cose e del loro divenire in maniera assoluta e fuori del contesto in cui la osservano; così che nel 1948 e dentro il Manifesto, un attento lettore trova descritto minutamente l’attuale fenomeno, che con un neologismo chiamiamo globalizzazione economica, e che Marx ed Hengels chiamavano più tecnicamente “mercato mondiale”, nel quale già vedevano l’affermazione delle odierne “multinazionali” e delle delocalizzazioni industriali.
Ma torniamo al nocciolo della questione ed alle probabili modalità di crescita di questo partito così come lo intravedeva Galante e vediamo quale contributo può essere dato dalla dirigenza attuale per l’avvio del partito dei giovani in modo che quei presumibili venticinque anni abbiano ad accorciarsi notevolmente.
Fuori quindi dell’ elaborazione teorica (esame della sconfitta del comunismo, sorgere e tramontare del neoconservatorismo, voglia di neo imperialismo ecc) adottiamo una politica dei “piccoli passi” ("attraversare il fiume per piccoli passi, passando da un sasso all'altro" secondo il concetto di Mao e non del Riformismo, per esempio bertinottiano) in vista di due percorsi-obiettivo:
- Il radicamento nel territorio
- L’elaborazione di una linea politica.
Poiché l’elaborazione di una linea politica, “un programma nazionale”, non è alla nostra portata ed in definitiva stiamo ancora definendo –anche a livello centrale- linee guida, indirizzi politici, spunti di lavoro; vediamo il primo corno del problema che è il radicamento nel territorio, mentre tralasciamo il punto del “programma nazionale da riprendere in una seconda analisi –eventualmente- e volgiamoci allo studio del territorio per fornire, come federazione del partito, un “indirizzo politico locale” che differenzi il comportamento dei nostri amministratori eletti da quello delle maggioranze di centrosinistra nelle quali lavoriamo.
Il problema del radicamento
Se guardiamo, e qui dobbiamo limitare il lavoro per evitare utopie e voli pindarici, alla federazione è indispensabile –al di fuori ed anzi tralasciando ogni logica congressuale che certamente sarebbe nociva perché foriera di interessi particolari invece che generalissimi del partito- proiettarsi nel territorio. Veniamo da due anni di duro lavoro elettorale che attraverso la conquista della Provincia, l’ottima affermazione delle Politiche ed il successo delle Comunali (parliamo del nostro successo e non della debacle del centrosinistra, questo è chiaro) ci ha dato grandi soddisfazioni con un indubbio consenso (la città di Cagliari, per esempio ci raddoppia i consensi e ci porta al pari col PRC) che però offre una lettura ambigua. Dei 2500 voti ottenuti, oltre un migliaio sono andati al “solo” simbolo del partito. Questo ci deve fare ragionare soprattutto se guardiamo al fatto che in alcune città della federazione agli iscritti al partito sono stati preferiti i “nostri” indipendenti e contemporaneamente in altri casi gli iscritti al partito hanno prevalso soprattutto per gli appoggi esterni.
Questo è accaduto, e mi sembra difficile il contraddittorio, perché mentre il Partito dei Comunisti italiani sta acquistando visibilità propria nell’Isola come sulla Penisola, beghe interne alle sezioni od una mancata compattezza nelle/delle federazioni impedisce il coagulo dei voti attorno a personaggi del partito.
La prima risposta allora sarebbe quella di dotarsi di una classe dirigente e di quadri che rilancino l’azione e formulino novi programmi e metodiche di aggregazione.
E’ in parte vero, ma è solo la parte più facile da individuare. Il vero problema è: uscire dalle stanze e mescolarsi alla folla. La federazione sta lavorando a questo progetto che però non può essere realizzato da pochi. Deve essere corale.
La vita del partito e la comunanza con gli umili –fatto che purtroppo molti dimenticano- è la chiave del radicamento. Ritorno per un momento a Gramsci stupendamente riassunto da Severino Galante e Paola Pellegrino in un momento di “scuola di partito” : “per comporre un partito ci vogliono tre elementi fondamentali…. una base di massa, di compagni impegnati e attivi anche senza, perché non tutti abbiamo queste caratteristiche ma ognuno di noi ha caratteristiche diverse, una grandissima capacità creativa e inventiva; 2 un gruppo dirigente centrale, dei capitani, usa questa espressione, che invece sappiano dare questi grandi indirizzi; e nella dialettica vertice-base, uso questa espressione ancora sintetica per intenderci, la produzione di un terzo elemento che collega il primo - i capitani - alla base militante, che è quello dei quadri intermedi, essenziale ad un partito nella sua fase di formazione”
In questa fase Gramsci intende il partito alla stregua di un organismo (secondo la visione probabilmente derivata da Marx –che aveva avuto un’ influenza darwinista- e Spencer) e ne traccia una struttura che oggi, personalmente, non vedo realizzata in tutta l’organizzazione dove, è doloroso constatarlo, in vari momenti esiste una netta separazione fra il compagno “capitano” ed il compagno “soldato”. Questa constatazione mi porta a pensare alle baionette dei marinai dell’Aurora volte contro i propri ufficiali. Ma fuori di flash storici rimane il problema del partito organismo. Ricordo una lettura di Marx in cui spiegava la propria concezione di “struttura” e “sovrastruttura” e per rendere efficace la sua visione ricorreva ad un esempio organico spiegando che la struttura –se si esaminasse un corpo animale- è costituita dalla carne, mentre la pelle ne rappresenta la sovrastruttura; sono due cose diverse ma inconcepibili in una esistenza separata. E’ un poco come il vecchio apologo di Menenio Agrippa, ma certo serviva allo scopo come anche serve allo scopo di questo esame-proposta.
Così come la fiducia od il carisma non sono merci acquistabili al mercato, ma te li devi sudare giorno per giorno con l’esempio, il lavoro e la disponibilità ad ascoltare, il radicamento nel territorio non si ottiene, almeno per quanto riguarda il Partito; distribuendo scarpe destre o sinistre o pacchi di spaghetti. Lo si raggiunge quando riesci a trasmettere ad un gruppo di compagni quella sicurezza e quella fiducia per cui essi stessi si fanno apostoli del tuo pensiero perché si riconoscono in esso e hanno la certezza che con te raggiungeranno i loro obiettivi. In caso contrario sarai un piccolo venditore di tessere, ma non avrai un partito alle spalle.
Questo deve essere lo spirito con cui la federazione deve operare sul territorio attraverso le sezioni e le cellule di fabbrica (una volta) o sui posti di lavoro.
E’ una metodologia che sta nel nostro Statuto ed attende solo di essere applicata.
Partendo dai dati di fatto posso azzardare alcune ipotesi di lavoro.
Seguendo una politica che è speculare e derivata da quella nazionale, la federazione, candidando decine di indipendenti, molto vicini al partito, ha messo le basi potenziali di una diffusione capillare, l’esempio più eclatante è Capoterra, quello di maggior spessore Cagliari, solo che non si abbandoni alcun candidato ma si porti avanti con lui un discorso di approfondimento e di coinvolgimento territoriale. Penso ai tanti candidati delle circoscrizioni così vicini al tessuto sociale che ci interessa e che costituisce il nostro potenziale bacino di reclutamento.
Sono compagni ancora disponibili, che non hanno preso la sconfitta del centrosinistra come una nostra sconfitta (abbiamo raddoppiato i voti delle precedenti comunali sia a Cagliari che nella federazione), ma come un impegno a migliorare.
Questi compagni devono diventare degli iscritti, dei propagandisti, la base dello sviluppo del partito e del radicamento del territorio.
Il nemico in agguato
Occorre molta attenzione, sensibilità ed umiltà in questa fase del processo e ricorrerò all’esempio, anzi alla esortazione di Galante: “ci proponiamo di costruire un partito comunista in tempi medi; nell’immediato però dobbiamo costruire un partito serio. La serietà è una categoria da comunisti secondo me, ma comunque è una categoria valida. Un partito serio, di gente seria, che assume impegni, che ha degli scopi generali che sono quelli stabiliti in comune dagli organismi dirigenti, che li attua che non antepone le proprie personali ambizioni - che sono giuste, che sono umane-, agli interessi della comunità dentro alla quale opera, che si propone di essere esempio anche nei comportamenti, dei valori e degli ideali che pratica. Anche nei comportamenti, perché torno a dire che qualsiasi cosa sia un comunista oggi, quando afferma un ideale e lo nega nell’azione, nel rapporto con gli altri suoi compagni, quello ha poco a che fare con la serietà prima di tutto e con il rapporto con la vita con i nostri ideali. Gramsci è anche questo: un modello lineare e coerente di essere umano che è stato fino all’ultimo fedele alle affermazioni nella pratica, nei comportamenti, nella vita e nella morte alle cose che diceva. Diciamo che, alla lontana, ognuno di noi anziani dovrebbe riuscire a rapportarsi a questo modello”.
E’ il filo conduttore che deve darsi la federazione nella impellente necessità di non rompere cosiffatti rapporti invitando questi compagni ad entrare come realtà attiva nel Partito soprattutto facendosi promotori della creazione di nuove realtà di aggregazione. La nascita di cellule presso i posti di lavoro (sono sufficienti 5 compagni) e/o sezioni cittadine (bastano 10 iscritti) costituisce l’ambizione che la federazione deve darsi in tutte le realtà locali.
A Cagliari, Monserrato, Capoterra e innumeri paesi dell’entroterra che potrebbero avere delle sezioni comuni (su cui graviterebbero 2 o 3 centri minori) rimane l’unica strada percorribile.
La città di Cagliari deve aprire nuovi centri di aggregazione così come Monserrato e Capoterra con un duplice scopo:
- Diffusione e capacità di catturare nuovi iscritti motivati;
- Accogliere nuovi compagni cui staranno stretti i panni di partiti che perdessero la propria ispirazione comunista, gramsciana e di sinistra.
L’ operazione dovrà avere, peraltro, aspetto di rinnovamento e vivacità. Guai ad inserire nelle nuove realtà le incrostazioni di cui siamo ricoperti. I giovani ambiscono alla equità, alla pace, alla giustizia sociale, ma dovranno avere la chance che noi abbiamo avuto prima di diventare parrucconi e monolitici: l’entusiasmo di fare e sbagliare, cadere e rialzarsi per costruire il partito cui aspiriamo e che vorremmo essi realizzassero.
2 Secondo Gramsci "tutti gli uomini sono intellettuali, ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali"."Ogni uomo, all'infuori della sua professione, esplica una qualche attività intellettuale, è cioè filosofo, artista, uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, a suscitare nuovi modi di pensare". (Quaderno 12).