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PdCI Sardegna. Quasi un “focus group”  l’incontro sui temi del lavoro

Vincenzo A. Romano

Cagliari 6.12.2006-_Partito di governo con tre obiettivi fondamentali: lavoro (compresa la lotta a quello in nero ed al precariato); scuola pubblica -con il traguardo della obbligatorietà sino ai diciotto anni- e rivalutazione di salari e pensioni insufficienti. Questo il quadro di base che ha portato –a Cagliari-  ad un incontro incentrato sui  temi ed i metodi interconnessi a questo mondo con la collaborazione di un responsabile del Dipartimento Lavoro, Paolo Marini –già segretario CGIL a Massa Carrara , candidato nelle liste del Partito-, e che sta ora percorrendo l’Italia per tastare con mano le varie realtà locali ed individuare -insieme con i compagni e gli eletti nelle istituzioni- strategie opportune per affrontare la vera piaga dei giovani senza futuro, degli espulsi a rischio di non rientro, dei disabili e soprattutto del mondo delle donne  che risulta il più fragile, il meno difeso ed il più esposto alle incursioni dei razziatori mordi e fuggi nel mondo del lavoro del liberismo estremo. Nella sala riunioni della segreteria regionale si sono incontrati, assieme con il Segretario , il consigliere regionale, segretari di federazione, dirigenti di sezione, rappresentanti della Fgci  e lavoratori per interrogarsi e valutare alcune delle tematiche che, pur presenti nel programma di governo, stentano a partire nella legge finanziaria dopo che si era avuta l’impressione, nella stesura del decreto di programmazione economico-finanziaria,  che alcuni punti fermi fossero stati raggiunti con sufficiente certezza.
Il punto di partenza è stato naturalmente dato dalla soddisfazione dell’accoglimento della proposta a favore dei precari –primo firmatario Oliviero Diliberto- per la stabilizzazione, pur senza toccare il patto di stabilità, di quelli degli enti locali (da 100 a 300 mila a seconda delle stime) che il Governo si è impegnato a presentare nella discussione in Senato. Le cifre sono alte, negli enti locali, e vanno dai 45 mila a tempo determinato (con più della metà costituita da donne) sino ai circa 1200 della “formazione lavoro” in cui le donne , circa 900 rimangono sempre la parte maggiore.
Naturalmente le posizioni personali espresse dai partecipanti erano attinenti alle esperienze di cui erano portatori così che si sono avuti interscambi di conoscenze, valutazioni e posizioni che hanno poi costituito la base della successiva sintesi di Paolo Marini della direzione della commissione nazionale lavoro.
Accanto alla proposta di una forma di associazionismo cooperativo rivolto alla soluzione della disoccupazione giovanile -che qui raggiunge cifre del 20%- è emersa l’esperienza negativa di chi ha visto le cooperative trasformarsi, dalla finalità iniziale, in centri di quasi sfruttamento della massa dei lavoratori-soci.
La soddisfazione di chi, vivendo in un bacino minerario plaudiva alla riapertura dei centri ed alla ri-occupazione di centinaia di maestranze non intaccava i dubbi di coloro che nel nostro carbone vedono una panacea (temporaneamente sostitutiva) vista la bassa qualità del prodotto che si immette sul mercato concorrenzialmente superiore.
Un’Isola con soli 600 mila occupati (dei quali 200 mila precari) non vede un futuro roseo senza che si ponga mano ad un vero ed energico piano industriale che non si limiti alle solite cattedrali nel deserto. Che qui ci sono state ed hanno distrutto un tessuto agropastorale difficilmente riattivabile, posto le industrie lattiero casearie in mano a pochi e sotto lo schiaffo degli istituti di credito che ancor oggi ne limitano lo sviluppo; hanno provocato un inurbamento eccessivo con aumento di devianze giovanili e fenomeni delinquenziali in crescita (le rapine a banche e trasporti valori sono all’ordine del giorno), che stanno portando alla riviviscenza il terribile fenomeno dei sequestri di persona a scopo estorsivo che si volevano dimenticati. Industrializzazione e conoscenza rimangono per tutti, anche se con sfumature diverse, la soluzione del problema.
La riforma della scuola prodotta dal precedente governo non soddisfa nessuno, così come l’obbligo a quattordici  anni (ed anche a sedici) è ritenuto insufficiente dagli esperti perché vedono, nella formazione professionale una trappola classista come lo era stata prima della riforma degli anni sessanta. Allontanare i giovani dalla scuola prematuramente per inviarli al mondo della produzione può soddisfare attuali esigenze di mercato, ma lascia fuori del mondo della conoscenza le classi più deboli che saranno private degli strumenti per  arrivare ai traguardi più alti. La scuola è un diritto inalienabile di tutti i cittadini perché tutti devono avere armi e metodi per affrontare gli infiniti campi della conoscenza.
Soprattutto in un paese, e qui si parla di tutta l’Italia,  che sta subendo due fenomeni esponenzialmente negativi: la penuria dei tecnici (fisici, chimici, ingegneri e matematici che se poi ci sono fuggono all’estero) ed una ridondanza di giovani rivolti ai servizi. L’industria non fa innovazione (quindi ha un prodotto costoso e non concorrenziale) per l’ottusità del capitalismo familiare, ma anche perché non si producono più menti atti a rivivificarla. E mentre gli U.S.A., che sono incorsi nello stesso gap, importano cervelli: cinesi, indù e pakistani, noi  chiudiamo i licei ed apriamo le scuole di formazione professionale.
La posizione non ha trovato contraddittorio valido; anzi è stata motivo di discussione positiva.
Prima del punto di vista di Marini si è ascoltata la voce istituzionale. Il consigliere regionale si è soffermato, soprattutto,  sull’aspetto finanziario ed industriale del momento. L’endemica povertà dell’Isola  ha di fronte uno sbocco nuovo. Intanto un governo di centrosinistra che sta cercando di rimediare alla precedente quinquennale incuria e poi alcune conquiste rispetto alla posizione del governo centrale. La restituzione di terre demaniali sino a poco fa costituenti “servitù militari” che occorre rendere fruttifere senza cederle alla speculazione edilizia che già vi arrota i denti; un piano sanitario che sta affrontando una inerzia ultraventennale (le riforme coerenti alla istituzione del SSN dell’ 83, qui cominciano realmente oggi); un governatore dirigista, ma  che affronta i problemi con coerenza anche se una parte della politica, la nostra per esempio, lo incalzerebbe per un grosso e valido piano industriale ed energetico in tempi rapidi e non a compimento di altre co-strutture di contorno. La prospettiva di reali finanziamenti  che poi sono il recupero delle quote di imposte esatte nell’isola e mai rientrate.
La tendenza si è ora invertita ed oltre ad una restituzione, da subito come diciamo qui, di 500 milioni annui, dal 2010 la finanziaria a regime porterebbe nelle casse regionali 1,5 miliardi all’anno. Cifra che –non scialacquata come invece si fece con i tristemente noti “Piani di Rinascita”- potrebbe garantire la soluzione dei problemi. Problemi che però ci sovrastano sin d’ora. Ed hanno un nome: “porto canale con una gestione mirata al futuro” . Che poi è il presente se pensiamo che il 2010 sarà l’occasione ultima per l’ingresso nel grande progetto europeo che farà del Mediterraneo il centro; la porta da e per l’Oriente.
Un problema, come riconoscerà anche Marini, essenziale perché l’ Isola è in ritardo; i progetti quasi inesistenti nella proiezione futura, le attrezzature non si conoscono. Tutto questo nonostante due realtà innegabili. L’appello lanciato alle Istituzioni già dallo scorso anno dal Ministro Bianchi  e le altre nazioni mediterranee: dalla Grecia alla Tunisia che già sono a buon punto sulla strada della realizzazione.
Oltre ad esprimere il pensiero del Partito, di cui è portatore, Paolo Marini ha avuto una parola per ognuna delle posizioni espresse, ma a noi piace evidenziarne alcune che sono comuni.
Il nodo delle pensioni. I Comunisti italiani  non ritengono che sia il problema principe né che il livello di benessere dei cittadini italiani debba dipendere da valutazioni economico finanziarie di agenzie di rating o da esaminatori europei. I problemi sono diversi ed una valutazione della vecchia riforma Dini non è stata ancora verificata sebbene il centro destra abbia introdotto lo”scalone Maroni” per un falso doveroso ossequio alla BCE ed al FMI. La Previdenza in Italia è ancora in attivo e le passività di bilancio sono invece dovute al sistema assistenziale che impegna cifre favolose per mantenere in vita (e ci mancherebbe) famiglie gettate sul lastrico da imprenditori disonesti. Ammortizzatori sociali mirati, contributi all’industria seria ed innovativa, che fa ricerca finalmente, e non sperperi su stabilimenti fantasma, è un processo che può portare all’inversione del trend. Industria piuttosto che finanza. E se verrà il momento di rivedere il meccanismo “pensionistico” quello che una sana politica dovrà garantire alle future generazioni che con il metodo odierno niente avranno, potrà anche discutersi  sui metodi. Fermo un punto: che quello che è –in realtà- salario differito e diritto acquisito con i versamenti di una vita non dovrà, mai andare nel calderone dell’erario, ma essere impiegato a produrre rendita per i lavoratori in pensione.

(Hanno partecipato all'incontro: Claudio Giorgi, Paolo Marini, Cristiana Cotzia, Antonello Littarru, Carlo Arthemalle, Francesco Carboni, Davide Meloni, Marxina Casula, Gianfranco Dongu, Giampaolo Pinna, Daniele Demurtas, Vinicio Garau, Vincenzo.A. Romano).

 

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