inviato da Studi 18 ottobre 2005
Ignazio PIRASTRU ,Il
banditismo in Sardegna (atti della commissione parlamentare 1969-1972), Editori riuniti, 1973, con prefazione di Ignazio Delogu .
Di Vincenzo A. Romano (Criminologia- Un. Cagliari- 1993)
Secondo il Delogu la
degradazione morale e sociale in cui fu tenuto il <pastore sardo>, (prima unico
dominatore del ciclo produttivo : allevatore, produttore, commerciante, poi solo
custode e mungitore ) è la “radice” , il movente economico e psicologico
da cui si scatena il <moderno banditismo> che recupera la mentalità di
opposizione nata, dopo il 1200 , nel XV secolo e protrattasi, sino ad
oggi, attraverso la dominazione spagnola (d’ Aragona) e Sabauda, assoluta e
costituzionale (per esempio la legge sulla eversione dei feudi - pagati dalla
comunità al feudatario al triplo del loro valore o incamerati dallo stato per l’
esosità del loro prezzo prima e del Fisco, poi, oppure la legge delle chiudende
del 1820- ; e fa del pastore sardo (emarginato) un fondamentale nemico del contadino e dello stato ; un bandito braccato che “deve” (s’ apprettu”)
rompere l’ accerchiamento. L’ Abigeato, sempre endemico,
ma sporadico diventa allora una forma di competitività con il
concorrente con lo scopo di prostrarlo e metterlo al muro. Con l’ abigeato,
infatti, l’ autore cerca di porre in condizione di inferiorità, rispetto al contadino e all’ industriale caseario (1885) il proprio
concorrente . Il ragionamento riportato nel
testo è il seguente: se tu hai meno pecore affitti
meno pascolo dal contadino e porti meno latte all’ industriale caseario ed io
me ne posso avvantaggiare sia sulla quantità di pascolo che rimane, sia sulla
possibilità di vendita del latte e :sopravvivo. Rinasce l’ antico spirito
tribale che porta dalla <atavica> lotta tribale alla “concorrenza” che è la
non meno deteriore forma <borghese> di quella. Ma accanto a questa forma di
“opposizione” , nei villaggi vi è parte dei pastori che vede nello Stato una
possibilità superiore di sopravvivenza e di potere e ne ricerca i rapporti ;
essi vengono stabiliti col favore della classe <intellettuale> (avvocati, clero
e magistrati) che vengono ripagati con favori
inconfessabili.
1
Dal regime feudale al
passaggio sotto il duca di Savoia 1720-1820
Il trattato di Londra fu
firmato nel 1718 e dopo quello di Utrecht (1706) che aveva dato ai Savoia,
Amedeo II, la Sicilia ed il titolo regio, permise agli stessi lo scambio con la
Sardegna di cui divennero re. La fasi più salienti esaminate
dalla commissione di inchiesta furono : -
Legge delle
chiudende (1820) ; -
Fusione col
Piemonte (1848) ; -
Impianto dell’
industria casearia (1885) ; -
Legge sul piano
di Rinascita della Sardegna (1962) Il regime feudale fu
introdotto, in Sardegna, dopo la conquista aragonese del 1326 come premio per
imprese militari e non ,come era storicamente genetico ,per limitare il potere
del Re. Abbiamo quindi un feudo creato
dal re :38 nei primi tempi, 70 in tutto il XIV secolo e circa 400 nel
XVIII secolo. In Sardegna pertanto il feudo si installa attorno al 1326 quando cioè, nel resto della penisola esso era stato soppiantato dalla signoria
e dal comune ed a scapito delle “comunità” che erano eredità di Pisa e Genova e
delle autonomie dei Giudicati. Il fine ed il comportamento
dei feudatari : massimo del profitto con il minimo del coinvolgimento dell’
impegno e della spesa, sono considerati l’ origine della figura del
proprietario assenteista, ma persisteva ancora il cosiddetto “ADEMPRIVIO” (italianizzazione
dello spagnolo adempribio derivato dal latino aempar = imparare
acquisire) che è una forma di diritto d’ uso sui terreni dopo la mietitura
per scopi di pascolo, caccia, legnazione ecc. sulle terre comuni private e
statali in Italia usato per lo più in Sardegna . 2
La legge delle chiudende.
[1]
Nata da uno studio del padre
gesuita Francesco Gemelli, per risolvere le lotte dovute alla <comunanza delle
terre>, fu un grave errore in quanto non preceduta da un assetto stanziale della
pastorizia, condizione essenziale per la sua riuscita ; condizione peraltro già
ritenuta indispensabile, sin dal 1805, dal Muscas
[2]
il quale affermava che una chiusura delle terre comuni
senza avere prima garantito la sopravvivenza dei pastori
non solo avrebbe portato alla distruzione dei recinti da parte di
questi, ma financo alla rivolta. Il contenuto dell’ Editto era
quello di “permettere al privato di chiudere con muro, siepe o fosso i terreni
di loro proprietà, facendola diventare perfetta, ad eccezione di quelli gravati
da servitù di pascolo, di passaggio , di fontana , di abbeveraggio”. Le chiusure
dei terreni riservati a pascolo doveva essere autorizzata dal prefetto
(rappresentante del governo di derivazione napoleonica ), dietro parere
favorevole del consiglio comunitativo interessato. Naturalmente gli abusi
e le usurpazioni, facilitati dalla incertezza del titolo di proprietà, dal fatto
che era sufficiente avere la possibilità di realizzare la chiusura per divenirne
proprietario, crearono delle enormi disparità tanto che in Sardegna il vero
“proletario” fu il pastore : custode mungitore rispetto all’ agrario con
vertenze e scontri gravissimi sin dal 1830. Se a queste condizioni
vessatorie verso i pastori si aggiunge l’ impotenza od il pregiudizio dello
Stato contro il pastore, si comprende lo scatenamento delle vendette derivate dal farsi giustizia da sé degli esclusi. Di pari periodo e precisamente
del 1832 è il sorgere del fenomeno massiccio della latitanza unico
rimedio rimasto ai pastori rivoltosi colpiti, soprattutto nel circondario del
nuorese , dalle repressioni militari della corona. Repressioni non solo di
stampo governativo, ma personale dei rappresentanti reali che, nella rapina, nel
favoritismo ai potenti in cambio di denaro, “finanziavano le loro baldorie” ed
il loro mantenimento come veniva denunciato per vocazione popolare e per
scritti. Veniva a scatenarsi anche una
feroce ondata di vendetta da parte dei latitanti , pastori e
contadini , nei confronti di delatori, detrattori e sopraffattori. Come
costumanza poi tradottasi dal regno sabaudo in Italia, vi furono molteplici
successivi editti contraddittorii L’ insieme costituito da
questi fatti e la circostanza che con le chiusure delle tanche si erano
illegittimamente incorporati ruscelli, fonti, abbeveratoi pubblici al fine di
cedere in affitto i pascoli a prezzi di molto superiori, nonché la riduzione in
miseria di popolazioni di interi comuni, così come a Sedilo, villaggio in cui si
dovette ricorrere alla questua per pagare le spese degli avvocati nelle cause
contro i proprietari, dettero la chiara impressione che l’ editto
fosse stato emanato al fine di distruggere i pastori ed essi reagirono,
dappertutto violentemente tanto che quasi normalmente gli esattori venivano di solito grassati all’ uscita dei villaggi esatti. Detto questo è facile fare la
seguente constatazione : che in Sardegna la costituzione della proprietà
terriera è stata il frutto di una esasperata usurpazione . E ciò sino a tempi recenti. Sempre nella reazione si
notano i versetti satirico - sarcastici su questo fenomeno : Tancas serrada a muru
fattas a s’afferra afferra
si su chelu fit in terra
bo serraizzis cussu puru In pratica i piemontesi non
attuando una previa statuizione di un “catasto dei terreni”, immaginando -al di
fuori della realtà - di potere attuare in Sardegna ed alle stesse condizioni
del Piemonte una riforma agraria simile a quella , ma al di fuori e forse contro
la realtà pastorale, non fecero altro che accrescere il danno e la lotta
sociale, il <dissenso> di cui aveva già detto il Muscas (supra) dando
avvio ad una maggiormente aspra e duratura strada al banditismo delle
popolazioni pastorali nonché alla criminalità del bracciantato agricolo anch’
esso stretto alla fame. I moti del 1830/32 che
portarono ad un blocco delle chiusure abusive ed alla proibizione della
tancatura per le proprietà dove le recinzioni erano state abbattute, salvarono
un grosso patrimonio pascolativo “comunale” - ad oggi circa 350.000 ettari
con le punte, per esempio di Orune dove il salto
comunale si estende per oltre 20.000 ettari.
3
L’ abolizione del feudalesimo
(1835-1838) Carlo Alberto salito al trono
nel 1831, nel 1835 emanò una carta, in dodici punti, per fare un censimento dei
feudi, nel 1836 promulgò l’ editto per la soppressione degli stessi che
sarebbero passati sotto la giurisdizione della corona e nel 1837 emanò una carta
con cui costituì una reale commissione che stabilisse e quantificasse il “da
restituire in risarcimento ai feudatari” E proprio con l’ emanazione
nell’ anno successivo dell’ editto prescrivente i risarcimenti feudali fu dato fondo alla completa devastazione della Sardegna. Fu aperta una “rendita
redimibile di 250.000 lire sarde più un fondo annuo di 50.000 lire sarde” per
pagare le rendite ma i compensi da dare ai
feudatari, enormemente sproporzionati al valore dei feudi, furono accollati ai
Comuni (cioè alla popolazione sarda) che dovevano liquidarli con cartelle di
debito pubblico al 5%. Se si pensa che al Marchese di
Villasor il feudo fu pagato il doppio del valore ed a quello di Quirra 17 volte
il valore ben si ha idea da quale devastante gravame furono oppresse le
popolazioni. Si arrivò a tali soprusi che al Marchese di Villacidro fu pagato il doppio del suo valore il feudo, ma furono riabilitati i redditi
dichiarati illegittimi dalla Reale udienza di Cagliari cosi che egli ebbe una
liquidazione di 34.683 lire sarde, quanto ebbe il già “elargito marchese di
Quirra cui spettò una magnanimità strabiliante e delittuosa
[3]
“ quantunque il feudo di quest’ ultimo avesse 77 villaggi e quello di
Villacidro solo 10. Così che , l’ abolizione dei
feudi che avrebbe dovuto sollevare la proprietà e la pastorizia dell’ Isola non
fu altro che una agghiacciante rapina alla quale il popolo reagì come si vede
dall’ incremento del banditismo nei successivi anni dal 1840 al 1850.
[4]
Secondo l’ opinione della
Commissione di inchiesta sul banditismo in Sardegna del 1972 si è trovato che i
due provvedimenti (abolizione feudi e legge chiudende) non furono errori
politici dei Savoia e dei governanti piemontesi, ma piuttosto il frutto di un deliberato cinismo verso sardi e pastori verso le loro ragioni per la difesa ad oltranza sia della classe “hidalga” sia
delle prerogative rozze epossesive dei Savoia. La grande crisi provocata dai
provvedimenti porterà a due fatti che ancora oggi esistono e fin’ ora sono
affrontati quasi con gli stessi criteri : -il “dissenso” DELLE
POPOLAZIONI SARDE DALL’ OPERATO DEL “GOVERNO LONTANO” ; -ilcercare di risolvere il
conseguente fenomeno del banditismo indotto con SOLI PROVVEDIMENTI REPRESSIVI E
NON CON IL CAMBIAMENTO E LA CURA DEL SOCIALE.
4
L’ unione della Sardegna al
Piemonte e la fine del regime autonomo. Da quanto detto sin’ ora tanto
l’ abolizione dei feudi che la legge elle chiudende erano state oggetto di
rapina e non l’ inizio del riscatto economico sociale dell’ isola : La massa
delle ingiustizie creò un malcontento sempre crescente, le tasse e le decime da
pagare sul debito pubblico per il riscatto dei feudi crearono una massa di
poveri emarginati, (ora si direbbe che il proletariato sardo era costituito da
agricoltori e soprattutto pastori poveri), colpiti dal fisco e perché a lui
renitenti, dal carcere. Fu per sfuggire alla carcerazione ed ale altre pene che
fra i pastori si conobbe e intensificò il fenomeno di darsi alla macchia :
la latitanza, serbatoio di aiuto e di leve all’ altro fenomeno : il
banditismo. In queste generali condizioni
si aggiunsero la “legge delle chiudende” che aveva lasciato fuori dal fenomeno
le terre (latifondo di solito) feudali, esse costituivano una parte cospicua,
la maggiore del territorio e l’ abolizione del feudalesimo (a cui la
lotta era già iniziata da tempo sull’ isola guidata da
Giovanni Maria Angioy
[5]
. L’ impressione generale è che
tutte le riforme introdotte dai Savoia in Sardegna furono attuate non solo male
, ma senza tenere conto o addirittura in spregio alla cultura ed alle abitudini
della popolazione. Un esempio ne è costituito
dall’ introduzione del sistema metrico decimale.
Il fatto è notevole per far
parlare di sperimentazione coloniale. Il sistema metrico fu
introdotto nel Regno nel 1846, ma mentre in Piemonte se ne discusse dal 1836
(anno del progetto) al 1844 (anno dell’ Editto), in Sardegna fu introdotto
obbligatoriamente e <tout court> nel 1846, a 2 anni dall ‘ editto e senza alcuna
sperimentazione così che in due anni si pretese che i sardi tutti si adeguassero
al sistema dimenticando i vecchi sistemi di misura, di lunghezze ,superfici
pesi, liquidi e quantaltro ; operazione che portò danni e perdite gravissimi
all’ economia dell’ Isola. La mole di queste sofferenze ,
la concessione in Piemonte (e di contro) di libertà di
stampa, pubblicità dei processi ,la limitazione della prepotenza poliziesca e la
libera formazione dei consigli comunali,
spinsero parte dei ceti colti e possidenti alla richiesta di “incorporazione”
nel Piemonte anche per l’ entusiasmo suscitato dalle prime riforme albertine
provvedimento richiesto da tutta la Sardegna , attuato nel 1848 assieme alla
concessione dello STATUTO.
5
L’ imposta unica fondiaria, il
catasto, l’ abolizione del diritto di ademprivio
[6]
. Anche l’ instaurazione del “catasto unico” e
della imposta fondiaria fu un evento disastroso in Sardegna. I funzionari
sabaudi eseguirono accatastamenti “ad occhio”, senza misurazioni e con
ipervalutazioni assurde delle colture e dei pascoli ed il governo assoggettò la
Sardegna ad una aliquota di L. 10,80 di media, pari alla ricchissima provincia
di Torino, di quattro punti superiore a quella media del regno e 10 volte
superiore a terre di pari valore come la provincia di Domodossola che era
assoggettata all’ 1,30 per cento circa.
Ai danni, ingentissimi per le popolazioni
dell’ isola, si aggiunse l’ abolizione della secolare rendita dei poveri : il
diritto di
ademprivio che non fu un male secco in quanto fu
invece accompagnato dalla deforestazione selvaggia per le concessioni fatte dal
Cavour (che peraltro era colui che aveva tentato di barattare la Sardegna con
il VENETO presso il governo inglese
[7]
),
ai nobili latifondisti di abbattere le foreste (200.000 piante di alto fusto al
conte Beltrami per la somma di L.- 60.000 quando egli ne ricavò 300.000 dalla
sola vendita di
alcune piante adatte alle costruzioni marittime. La distruzione
delle foreste fu incrementata con una legge del 1877 e insieme all’ abolizione
dell’ ademprivio
e della cussorgia
[8]
distrusse pressoché totalmente l’ economia Sarda tanto che ai
moti scoppiati in tutta l’ isola si unì persino il Vescovo di Nuoro
[9]
I moti furono generali, le confische, le
vendite dei terreni ex ademprivi, le rivolte incrementarono le
vendette , rapine, grassazioni e, con la repressione
poliziesca i morti per scontri e per condanna.
Al proposito della vendetta si ricordava sino
ad una ventina di anni orsono quella fra i discendenti dei Cuccu e degli
Spanu.Per
sfuggire alle confische i dorgalesi , 978 famiglie, avevano affidato il denaro a
tre persone , fra cui il Cuccu, per il riscatto delle terre ex ademprivie con il
patto della emissione di 978 azioni da ripartire fra i poveri che avevano, con
la colletta, acquistato i terreni. Ma la famiglia Cuccu vendette agli eredi
Spanu la propria quota innescando per oltre cento anni cause giudiziali,
scontri, occupazioni delle terre e così di seguito Naturalmente
in queste vicende la responsabilità dello Stato fu gravissima in quanto fu lo
stesso stato a operare con il fisco ed altre vessazioni la spoliazione estrema
dei piccoli pastori e contadini. Fu Gian Battista Tuveri, figura di giurista e
politico ad opporsi, unitamente al Cattaneo, a queste .rapine
e fu egli il primo a parlare della questione sarda.
La spoliazione fu talmente
aberrante che su 680.450 abitanti della Sardegna nel 1881 si ebbero
incorporazioni allo stato per “fisco pari a 49.967 terreni per la spaventosa
cifra di L. 3.749.237 lire.
6
La tassa sul macinato, la crisi
bancaria e il blocco doganale. (1868 - 1887)
La tassa sul macinato fu di quelle (erano
imposte indirette) più odiose usate dal fisco per rimpinguare le finanze ed
aveva un senso, però, dove vi fosse una tale industria molitoria da darne una
parvenza di applicabilità. In Sardegna, no ! perché la regione era pressoché
priva di molini pubblici e le famiglie provvedevano semiartigianalmente in casa.
Di fronte a tale situazione lo Stato pensò
bene di istituire
una tassa sul macinato testatica.
Con ciò si creò ,da una tassa indiretta da
pagare al mugnaio , una tassa diretta, da pagare al fisco, conteggiando il
numero di persone che componevano una famiglia e stabilendone la tassa da pagare
sul “presunto macinato” per il nutrimento di ogni persona (testa).
Non solo ; il corrispondente attribuito ai tot
quintali di macinato (grano, orzo, mais , ghiande) con il quale la popolazione
sopravviveva era una tassa da pagarsi in denaro, non in natura ed a scadenze
bimensili indipendentemente dai cicli della produzione di agricoltori e pastori.
La reazione, con fenomeni criminali di grassazione, bardana e rapina
aumentarono, notevolmente ed in questo periodo, per la politica insensata e
vessatoria dello Stato.
Gli scontri furono asperrimi sino a quelli
diretti con l’ esercito : come a Morgogliai e se ciò non fosse bastato si
aggiunsero altre due situazioni drammatiche :
- la guerra doganale con la Francia ;
- la crisi delle banche.
Nel 1887
il Piemonte
ebbe una delle frequenti crisi con la Francia e scoppiò una “guerra doganale”
che si abbattè soprattutto sui pastori sardi.
Il mercato del bestiame fra la Sardegna e la
Francia era tanto alto da coprire, da solo e per le sole provincie di Sassari e
Nuoro attuali
[10]
,
un quarto delle esportazioni di tutta l’ Italia.
Quella fonte di guadagni aveva fatto
investire, ai pastori, il massimo dello sforzo per l’ incremento delle bestie ed
il procacciamento dei pascoli, con altissime spese. Con la crisi delle dogane
specialmente la pastorizia fu rimessa a terra e gli altri proventi, dal carbone
alle pelli furono decurtati di ricavi oscillanti fra i 2/3 ed i 5/6.
Tutto ripiombò nella miseria che fu ancora più
nera, se possibile , in seguito al fallimento del Credito Agricolo Industriale
Sardo che nonostante avesse raccolto la molto ragguardevole cifra di 8.000.000
lire fu chiuso con sentenza fallimentare dopo 14 anni dalla sua fondazione
(1873) e nel 1887 portò alla bancarotta molti istituti collegati ; eppure era
una “banca” alla quale era obbligatorio versare i
depositi
[11]
Naturalmente i risvolti sull’
incremento del <banditismo>, a tale “ecatombe” non si fanno attendere e sono
puntualmente registrati sui compendi relativi agli anni :1880-1887-1894.
7
L impianto delle industrie
casearie in Sardegna (1885)
La situazione “arretrata” della pastorizia
non trasse certo godimento dalla realizzazione del mercato che fu <l’
introduzione dell’ industria casearia in Sardegna>.
Il fatto è che le industrie capitalistiche ,se
non sorrette da uno studio preliminare del luogo, difficilmente decollano in
favore delle popolazioni : vedi prima le industrie chimiche e petrolifere, poi
quelle alberghiere importate.
L’ industria casearia sarda, il cui impianto
iniziò a ridosso dei citati fenomeni : delle chiudende, riscatto feudi,
introduzione del metrico decimale, fallimento delle banche, non fu un’ industria
nata per le esigenze del mercato interno, ad opera dei pastori, bensì per
esigenze del mercato estero e ad opera di imprenditori peninsulari (commercianti laziali, potentini e toscani) mossi dal bisogno di soddisfare l’
accresciuta domanda dei mercati esterni, americano soprattutto, a causa della
carente produzione casearia del Lazio. La Sardegna ricca di bestiame (circa
1.000.000 di ovini e negli anni ’70 circa 2,5 milioni) e di pastori poveri
risultò un paese da sfruttare, vicino, vergine e ricco di materia prima.
Ma l’ isola non aveva le infrastrutture adatte
, non vi era stata la trasformazione dei pascoli né la trasformazione della
mentalità del “vicus” propria del pastore arcaico ; era fertile ad un
profittevole sfruttamento. La reazione del pastore, in vista di introiti sicuri
e ragguardevoli (in proporzione al passato) fu quella di incrementare le bestie
e cercare nuovi pascoli. La loro aumentata richiesta fece lievitare i fitti
(sino al 50% del ricavo del pastore, risultò poi) , ma il pastore non
controllava e non controllò mai il mercato. Anzi, variazioni del mercato del
“pecorino romano” (oscillazioni e contrazioni della richiesta) mai si
ripercossero sull’ industriale caseario che assorbiva le proprie perdite
riducendo o il prezzo o la richiesta di latte al pastore.
A questo punto oltre lo sfruttamento da parte
del “proprietario assenteista” che non rinnovava le colture e le terre e che
anzi impediva , al pastore già disamorato della terra in affitto, di
intervenirvi con modifiche autonome” si aggiunse lo sfruttamento dell’
“industriale caseario” che trasferiva al pastore le proprie perdite.
8
Dal Pais Serra al fascismo
attraverso il primo dopoguerra. (1894-1922/41)
In queste pagine si è visto molto delle
repressioni, fiscali o militari in Sardegna da parte dei governi (da parte dello
Stato come si dice nell’ Isola) , ma poco di riforme e provvedimenti preventivi.
La costante attuata , infatti, fu quella della
rapina (di Stato : Aragonese o sabauda) oppure dello sfruttamento selvaggio :
dai feudi alla deforestazione. La risposta della Sardegna, barbaricina e non, fu
il banditismo : come venalità, vendetta al sopruso e procacciamento di denaro (supra : le grassazioni agli esattori all’ uscita del
paese,le bardane, l’abigeato
[12]
,
la latitanza ed il banditismo). La criminalità fu talmente
vasta ed efferata
[13]
che la risonanza dei fatti
delittuosi indusse il parlamento di Roma, sollecitato dai deputati sardi, a
predisporre una commissione d’ inchiesta che fu presieduta dal Pais Serra (supra).
L’ inchiesta Pais è del 1896, ma già 30 anni
prima era stata preceduta da un’ altra commissione parlamentare che non aveva,
però, mai presentato conclusioni e da una relazioni “Salaris”
[14]
che si era occupato, per la maggior parte, di : riordino fondiario,
rimboschimento, acque, credito agricolo e avanzò proposte bruciate, poi, dalla
successiva crisi delle Banche e dalla guerra doganale con la chiusura dei
mercati francesi.La
relazione del Salaris spaziava in tutti i campi che generavano la crisi,
dal monopolio dei
tabacchi all’ agricoltura, dalle banche ai finanziamenti alle tasse sugli
alcoli, dalla pastorizia alle opere dei porti e militari, ma fu esigua nei
metodi di soluzione limitandosi dapprima ad una ipotesi di costituzione
della Sardegna in provincia autonoma ed in seguito avanzando la proposta per una
autonomia finanziaria. Tanto poche
le richieste che il parlamento cercò di fare di più e con il Di Rudinì tese a
far approvare una riforma delle opere idrauliche , di bonifica, antimalariche
ecc. , ma nessuna che affrontasse il problema della riforma moderna dell’
agricoltura e soprattutto della pastorizia che rimasero al palo sempre in
agguato per eventi di crisi appena al di fuori della normalità.
Questa legislazione speciale, affrontata e
seguita anche dall’ onorevole Cocco Ortu non diede il frutto atteso e la si
rinnovò per gli anni e decenni successivi sempre con le critiche degli
intellettuali sardi, come Attilio
Deffenu che fu avversario sia dell’ ispirazione che aveva guidato le
leggi speciali
[15]
sia della loro efficacia.
Sempre nel 1914, anno dell’ intervento del
Deffenu e della fine della grande crisi della siccità del 1913 e 1914
[16]
una ulteriore soluzione temporanea a fame e disoccupazione fu data dall’
arruolamento per la guerra.
Alla fine della quale, sempre con un
intervento dalla Sardegna, ad opera di
Emilio Lussu e di altri intellettuali sardifu dato corpo al Partito Sardo d’Azione
[17]
che portando avanti proposte per una soluzione reale dei
problemi dell’ isola , sentiti dalla maggior parte della popolazione, ebbe un
notevole successo elettorale interrotto nella sua esplicazione anche e
soprattutto dalla presa di potere del Fascismo sostenuto, come ora documentato,
proprio da quegli agrari dei quali i “possidenti assenteisti sardi” facevano
parte.
Arriviamo, col fascismo al primo sostanziale
piano di rinascita sardo che stanziava allora un miliardo
[18]
di lire in dieci anni per opere che nessun intervento prevedevano per la
pastorizia ,ma piuttosto in svariate opere diverse, utili alla Sardegna , ma che
costituivano, coi loro oltre 800 milioni una fetta enorme perché :
-alle opere pubbliche furono destinati circa
340 milioni ;
-all’ agricoltura circa 240 milioni ;
-alla pastorizia nessuna somma diretta ed
esplicita.
Secondo la relazione della Commissione del
1972, nel 1927 il prefetto di Nuoro (fascista) rimarcava ancora, presso il
Ministero dell’ interno, le seguenti storture :
[29] MARONGIU , CLARKE , l sequestro a Scopo di estorsione in Sardegna, Università degli Studi di Cagliari, 1992.