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inviato da Studi   18 ottobre 2005

Ignazio PIRASTRU ,Il banditismo in Sardegna (atti della commissione parlamentare 1969-1972), Editori riuniti, 1973, con prefazione di Ignazio Delogu .
Di Vincenzo A. Romano (Criminologia- Un. Cagliari- 1993)  

Secondo il Delogu  la degradazione morale e sociale in cui fu tenuto il <pastore sardo>, (prima unico dominatore del ciclo produttivo : allevatore, produttore, commerciante, poi solo custode e mungitore ) è la “radice” , il movente economico e psicologico  da cui si scatena  il <moderno banditismo> che recupera la mentalità di opposizione nata, dopo il 1200 , nel  XV secolo  e protrattasi, sino ad oggi, attraverso la dominazione spagnola (d’ Aragona) e  Sabauda, assoluta e  costituzionale (per esempio la legge sulla eversione dei feudi - pagati dalla comunità al feudatario al triplo del loro valore o incamerati dallo stato per l’ esosità del loro prezzo prima e del Fisco, poi,  oppure la legge delle chiudende del 1820- ; e fa del pastore sardo (emarginato) un fondamentale nemico del contadino e dello stato ; un bandito braccato che “deve” (s’ apprettu”) rompere l’ accerchiamento. L’ Abigeato, sempre endemico, ma sporadico  diventa allora una forma di competitività con il concorrente con lo scopo di prostrarlo e metterlo al muro. Con l’ abigeato, infatti, l’ autore cerca di porre in condizione di inferiorità, rispetto al  contadino e all’  industriale caseario (1885)  il proprio concorrente   . Il ragionamento riportato nel testo è il seguente:  se tu hai meno pecore affitti meno pascolo dal contadino e porti  meno latte all’ industriale caseario ed io me ne posso avvantaggiare sia sulla quantità di pascolo che rimane, sia sulla possibilità di vendita del latte e :sopravvivo. Rinasce l’ antico spirito tribale che porta dalla <atavica> lotta tribale  alla  “concorrenza” che è la non meno deteriore forma <borghese> di quella. Ma accanto a questa forma di “opposizione” , nei villaggi vi è parte dei pastori che vede nello Stato una possibilità superiore di sopravvivenza e di potere e  ne ricerca i rapporti ; essi vengono stabiliti col favore della  classe <intellettuale> (avvocati, clero e magistrati) che vengono ripagati con favori inconfessabili.
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Dal regime feudale al passaggio sotto il duca di Savoia 1720-1820
Il trattato di Londra fu firmato nel 1718 e dopo quello di Utrecht (1706) che aveva dato ai Savoia, Amedeo II, la Sicilia ed il titolo regio, permise agli stessi lo scambio con la Sardegna di cui divennero re.  La fasi più salienti esaminate dalla commissione di inchiesta furono : -  Legge delle chiudende (1820) ; -  Fusione col Piemonte (1848) ; -   Impianto dell’ industria casearia (1885) ; -  Legge sul piano di Rinascita della Sardegna (1962)   Il regime feudale  fu introdotto, in Sardegna, dopo la conquista aragonese del 1326 come premio per imprese militari e non ,come era storicamente genetico ,per limitare il potere del Re. Abbiamo quindi un feudo creato dal re :38 nei primi tempi, 70 in tutto il XIV secolo e circa 400 nel XVIII secolo. In Sardegna  pertanto il feudo  si installa attorno al 1326  quando cioè, nel resto della penisola esso era stato soppiantato dalla signoria e dal comune ed a scapito delle “comunità” che erano eredità di Pisa e Genova e delle autonomie dei Giudicati. Il fine ed il comportamento dei feudatari : massimo del profitto con il minimo del coinvolgimento dell’ impegno e della spesa, sono considerati l’ origine della figura del proprietario assenteista, ma persisteva ancora il cosiddetto “ADEMPRIVIO” (italianizzazione dello spagnolo adempribio  derivato dal latino aempar = imparare acquisire) che è una forma di diritto d’ uso sui terreni dopo la mietitura per scopi di pascolo, caccia, legnazione ecc. sulle terre comuni private e statali in Italia usato per lo più in Sardegna .  2  La legge delle chiudende. [1] Nata da uno studio del padre gesuita Francesco  Gemelli, per risolvere le lotte dovute alla <comunanza delle terre>, fu un grave errore in quanto non preceduta da un assetto stanziale della pastorizia, condizione essenziale per la sua riuscita ; condizione peraltro già ritenuta indispensabile, sin dal 1805, dal Muscas [2] il  quale affermava che una chiusura delle terre comuni senza avere prima garantito la sopravvivenza dei pastori non solo avrebbe portato alla distruzione dei recinti da parte di questi, ma financo alla rivolta. Il contenuto dell’ Editto era quello di “permettere al privato di chiudere con muro, siepe o fosso i terreni di loro proprietà, facendola diventare perfetta, ad eccezione di quelli gravati da servitù di pascolo, di passaggio , di fontana , di abbeveraggio”. Le chiusure dei terreni riservati a pascolo doveva essere autorizzata dal prefetto (rappresentante del governo di derivazione napoleonica ), dietro parere favorevole del consiglio comunitativo interessato. Naturalmente gli abusi e le usurpazioni, facilitati dalla incertezza del titolo di proprietà, dal fatto che era sufficiente avere la possibilità di realizzare la chiusura per divenirne proprietario, crearono delle enormi disparità tanto che in Sardegna il vero “proletario” fu il pastore : custode mungitore  rispetto all’ agrario con vertenze e scontri gravissimi sin dal 1830. Se a queste condizioni vessatorie verso i pastori si aggiunge l’ impotenza od il pregiudizio dello Stato contro il pastore, si comprende lo scatenamento delle vendette  derivate dal farsi giustizia da sé degli esclusi. Di pari periodo e precisamente del 1832 è il sorgere del fenomeno massiccio della latitanza unico rimedio rimasto ai pastori rivoltosi colpiti, soprattutto nel circondario del nuorese , dalle repressioni militari della corona. Repressioni non solo  di stampo governativo, ma personale dei rappresentanti reali che, nella rapina, nel favoritismo ai potenti in cambio di denaro, “finanziavano le loro baldorie” ed il loro mantenimento come  veniva denunciato per vocazione popolare e per scritti. Veniva a scatenarsi anche una feroce ondata di vendetta  da parte dei latitanti , pastori e contadini , nei confronti di delatori, detrattori e sopraffattori. Come costumanza poi tradottasi dal regno sabaudo in Italia, vi furono molteplici successivi editti contraddittorii L’ insieme costituito da questi fatti e la circostanza che con le chiusure delle tanche si erano illegittimamente incorporati ruscelli, fonti, abbeveratoi pubblici al fine di cedere in affitto i pascoli a prezzi di molto superiori, nonché la riduzione in miseria di popolazioni di interi comuni, così come a Sedilo, villaggio in cui si dovette ricorrere alla questua per pagare le spese degli avvocati nelle cause contro i proprietari, dettero la chiara impressione che l’ editto  fosse stato emanato al fine di distruggere i pastori ed essi reagirono, dappertutto violentemente tanto che quasi normalmente gli esattori  venivano di solito grassati  all’ uscita dei villaggi esatti. Detto questo è facile fare la seguente constatazione : che in Sardegna la costituzione della proprietà terriera  è stata il frutto di una esasperata usurpazione . E ciò sino a tempi recenti. Sempre nella reazione si notano i versetti satirico - sarcastici su questo fenomeno : Tancas serrada a muru fattas a s’afferra afferra si su chelu fit in terra bo serraizzis cussu puru   In pratica i piemontesi non attuando una previa  statuizione di un “catasto dei terreni”, immaginando -al di fuori della realtà -  di potere attuare in Sardegna ed alle stesse condizioni del Piemonte una riforma agraria simile a quella , ma al di fuori e forse contro la realtà pastorale, non fecero altro che  accrescere il danno e la lotta sociale, il <dissenso> di cui aveva già detto  il Muscas (supra)  dando avvio ad una maggiormente aspra e duratura  strada al banditismo delle popolazioni pastorali nonché alla criminalità del bracciantato agricolo anch’ esso stretto alla fame. I moti del 1830/32 che portarono ad un blocco delle chiusure abusive ed alla proibizione della tancatura per  le proprietà dove le recinzioni erano state abbattute, salvarono un grosso patrimonio pascolativo “comunale” - ad oggi circa 350.000  ettari   con le punte, per esempio di Orune dove il salto comunale si estende per oltre 20.000 ettari.   
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L’ abolizione del feudalesimo (1835-1838) Carlo Alberto salito al trono nel 1831, nel 1835 emanò una carta, in dodici punti, per fare un censimento dei feudi, nel 1836 promulgò l’ editto per la soppressione degli stessi che sarebbero passati sotto la giurisdizione della corona e nel 1837 emanò una carta con cui costituì una reale commissione che stabilisse e quantificasse il “da restituire in risarcimento ai feudatari” E proprio con l’ emanazione nell’ anno successivo dell’ editto prescrivente i risarcimenti feudali  fu dato fondo alla completa devastazione della Sardegna. Fu aperta una “rendita redimibile di 250.000 lire sarde più un fondo annuo di 50.000 lire sarde” per pagare le rendite  ma   i compensi da dare ai feudatari, enormemente sproporzionati al valore dei feudi, furono accollati ai Comuni (cioè alla popolazione sarda) che dovevano liquidarli con cartelle di debito pubblico al 5%. Se si pensa che al Marchese di Villasor il feudo fu pagato il doppio del valore ed a quello di Quirra  17 volte il valore ben si ha idea  da quale devastante gravame furono  oppresse le popolazioni.  Si arrivò a tali soprusi che al Marchese di Villacidro fu pagato  il doppio  del suo valore il feudo, ma furono riabilitati i redditi dichiarati illegittimi dalla Reale udienza di Cagliari  cosi che egli ebbe una liquidazione di 34.683 lire sarde, quanto ebbe il già “elargito marchese di Quirra cui spettò una magnanimità strabiliante e delittuosa [3] “ quantunque il feudo di quest’ ultimo avesse 77 villaggi e quello di Villacidro solo 10. Così che , l’ abolizione dei feudi che avrebbe dovuto sollevare la proprietà e la pastorizia dell’ Isola non fu altro che una agghiacciante rapina alla quale il popolo reagì come si vede dall’ incremento del banditismo nei successivi anni dal  1840 al 1850. [4] Secondo l’ opinione della Commissione di inchiesta sul banditismo in Sardegna del 1972 si è trovato che i due provvedimenti (abolizione feudi e legge chiudende) non furono errori politici dei Savoia e dei governanti piemontesi, ma   piuttosto  il frutto di un deliberato cinismo verso sardi e pastori  verso le loro ragioni per la difesa ad oltranza sia della classe “hidalga” sia delle prerogative rozze epossesive dei Savoia. La grande crisi provocata dai provvedimenti porterà a due fatti che ancora oggi esistono e fin’ ora sono affrontati quasi con gli stessi criteri : -il “dissenso” DELLE POPOLAZIONI SARDE DALL’ OPERATO DEL “GOVERNO LONTANO” ; -ilcercare di risolvere il conseguente fenomeno del banditismo indotto con SOLI PROVVEDIMENTI REPRESSIVI E NON CON IL CAMBIAMENTO E LA CURA DEL SOCIALE.   
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L’ unione della Sardegna  al Piemonte e la fine del regime autonomo.   Da quanto detto sin’ ora tanto l’ abolizione dei feudi che la legge elle chiudende erano state oggetto di rapina e non l’ inizio del riscatto economico sociale dell’ isola : La massa  delle ingiustizie creò un malcontento sempre crescente, le tasse e le decime da pagare sul debito pubblico per il riscatto dei feudi crearono una massa di poveri emarginati, (ora si direbbe che il proletariato sardo era costituito da agricoltori e soprattutto pastori poveri), colpiti dal fisco e perché a lui renitenti, dal carcere. Fu per sfuggire alla carcerazione ed ale altre pene che fra i pastori si conobbe e intensificò il fenomeno di darsi alla macchia : la latitanza, serbatoio di aiuto e di leve all’ altro fenomeno : il banditismo. In queste generali condizioni si aggiunsero  la “legge delle chiudende” che aveva lasciato fuori dal fenomeno le terre (latifondo di solito) feudali, esse costituivano una parte cospicua,  la maggiore del territorio e l’ abolizione del feudalesimo      (a cui la     lotta    era  già   iniziata da tempo sull’ isola guidata da        Giovanni Maria Angioy [5] . L’ impressione generale è che tutte le riforme introdotte dai Savoia in Sardegna furono attuate non solo male , ma senza tenere conto o addirittura in spregio alla cultura ed alle abitudini della popolazione. Un esempio ne è costituito dall’ introduzione del  sistema metrico decimale. Il fatto è notevole per far parlare di sperimentazione coloniale. Il sistema metrico fu introdotto nel Regno nel 1846, ma mentre in Piemonte se ne discusse dal 1836 (anno del progetto) al 1844 (anno dell’ Editto), in Sardegna fu introdotto obbligatoriamente e <tout court> nel 1846, a 2 anni dall ‘ editto e senza alcuna sperimentazione così che in due anni si pretese che i sardi tutti si adeguassero al sistema dimenticando i vecchi sistemi di misura,  di lunghezze ,superfici pesi, liquidi e quantaltro ; operazione che portò danni e perdite gravissimi all’ economia dell’ Isola. La mole di queste sofferenze , la concessione in Piemonte (e di contro) di libertà di stampa, pubblicità dei processi ,la limitazione della prepotenza poliziesca e la libera formazione dei consigli comunali, spinsero parte dei ceti colti e possidenti alla richiesta di “incorporazione” nel Piemonte anche per l’ entusiasmo suscitato dalle prime riforme albertine  provvedimento richiesto da tutta la Sardegna , attuato nel 1848 assieme alla concessione dello STATUTO.    
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L’ imposta unica fondiaria,  il catasto, l’ abolizione del diritto di ademprivio
[6] . Anche l’ instaurazione del “catasto unico” e della imposta fondiaria fu un evento disastroso in Sardegna. I funzionari sabaudi eseguirono accatastamenti “ad occhio”, senza misurazioni e con ipervalutazioni assurde delle colture e dei pascoli ed il governo assoggettò la Sardegna ad una aliquota di L. 10,80 di media, pari alla ricchissima provincia di Torino, di quattro punti superiore a quella media del regno e 10 volte superiore a terre di pari valore come la provincia di Domodossola che era assoggettata all’ 1,30 per cento circa.
Ai danni, ingentissimi per le popolazioni dell’ isola, si aggiunse l’ abolizione della secolare rendita dei poveri : il diritto di ademprivio  che non fu un male  secco in quanto  fu invece accompagnato dalla deforestazione selvaggia per le concessioni fatte dal Cavour (che  peraltro era colui che aveva tentato di barattare la Sardegna con il VENETO presso il governo inglese [7] ), ai nobili latifondisti di abbattere le foreste (200.000 piante di alto fusto al conte Beltrami per la somma di L.- 60.000 quando egli ne ricavò  300.000 dalla sola vendita di alcune piante adatte alle costruzioni marittime. La distruzione delle foreste fu incrementata con una legge del 1877 e insieme all’ abolizione dell’ ademprivio e della cussorgia [8] distrusse pressoché totalmente l’ economia Sarda tanto che ai moti scoppiati in tutta l’ isola si unì persino il Vescovo di Nuoro [9] I moti furono generali, le confische, le vendite dei terreni ex ademprivi, le rivolte incrementarono le vendette , rapine, grassazioni e, con la repressione poliziesca i morti per scontri e per condanna. Al proposito della vendetta si ricordava sino ad una  ventina di anni  orsono quella fra i discendenti dei Cuccu e degli Spanu.Per sfuggire alle confische i dorgalesi , 978 famiglie, avevano affidato il denaro a tre persone , fra cui il Cuccu, per il riscatto delle terre ex ademprivie con il patto della emissione di 978 azioni da ripartire fra i poveri che avevano, con la colletta, acquistato i terreni. Ma la famiglia Cuccu vendette agli eredi Spanu la propria quota innescando per oltre cento anni cause giudiziali, scontri, occupazioni delle terre e così di seguito  Naturalmente in queste vicende la responsabilità dello Stato fu gravissima  in quanto fu lo stesso stato a  operare con il fisco ed altre vessazioni la spoliazione  estrema dei piccoli pastori e contadini. Fu Gian Battista Tuveri, figura di giurista e politico ad opporsi, unitamente al Cattaneo, a queste .rapine e fu egli il primo a parlare della questione sarda. La spoliazione fu talmente aberrante che su 680.450 abitanti della Sardegna nel 1881 si ebbero incorporazioni allo stato per “fisco pari a 49.967 terreni per la spaventosa cifra di L. 3.749.237 lire.  
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La tassa sul macinato, la crisi bancaria e il blocco doganale.
(1868 - 1887)
La tassa sul macinato fu di quelle (erano imposte indirette) più odiose usate dal fisco per rimpinguare le finanze ed aveva un senso, però, dove vi fosse una tale industria molitoria da darne una parvenza di applicabilità. In Sardegna, no ! perché la regione era pressoché priva di molini pubblici e le famiglie provvedevano semiartigianalmente in casa.
Di fronte a tale situazione lo Stato pensò bene di istituire una tassa sul macinato testatica.  Con ciò  si creò ,da una tassa indiretta da pagare al mugnaio , una tassa diretta, da pagare al fisco, conteggiando il numero di persone che componevano una famiglia e stabilendone la tassa da pagare sul “presunto macinato” per il nutrimento di ogni persona (testa). Non solo ; il corrispondente attribuito ai tot quintali di macinato (grano, orzo, mais , ghiande) con il quale la popolazione sopravviveva era una tassa da pagarsi in denaro, non in natura ed a scadenze bimensili indipendentemente dai cicli della produzione di agricoltori e pastori. La reazione, con fenomeni criminali di grassazione, bardana  e rapina aumentarono, notevolmente  ed in questo periodo, per la politica insensata e vessatoria dello Stato. Gli scontri furono asperrimi sino  a quelli diretti con l’ esercito : come a Morgogliai e se ciò non fosse bastato si aggiunsero altre due situazioni drammatiche : - la guerra doganale con la Francia ; - la crisi delle banche. Nel 1887 il Piemonte ebbe una delle frequenti crisi con la Francia e scoppiò una “guerra doganale” che si abbattè soprattutto sui pastori sardi. Il mercato del bestiame fra la Sardegna e la Francia era tanto alto da  coprire, da solo e per le sole provincie di Sassari e Nuoro attuali [10] , un quarto delle esportazioni di tutta l’ Italia. Quella fonte di guadagni aveva fatto investire, ai pastori, il massimo dello sforzo per l’ incremento delle bestie ed il procacciamento dei pascoli, con altissime spese. Con la crisi delle dogane specialmente la pastorizia fu rimessa a terra  e gli altri proventi, dal carbone alle pelli furono decurtati di ricavi oscillanti fra i 2/3 ed i 5/6. Tutto ripiombò nella miseria che fu ancora più nera, se possibile , in seguito al fallimento del Credito Agricolo Industriale Sardo che nonostante avesse raccolto la molto ragguardevole cifra di  8.000.000 lire fu chiuso con sentenza fallimentare dopo 14 anni dalla sua fondazione (1873) e nel 1887 portò alla bancarotta molti istituti collegati ; eppure era una “banca” alla quale era obbligatorio versare i depositi [11] Naturalmente i risvolti sull’ incremento del <banditismo>, a tale “ecatombe” non si fanno attendere e sono puntualmente registrati sui compendi relativi agli anni :1880-1887-1894.
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L impianto delle industrie casearie in Sardegna
(1885)
La situazione “arretrata” della pastorizia  non trasse certo godimento dalla realizzazione del mercato che fu <l’ introduzione dell’ industria casearia in Sardegna>.
Il fatto è che le industrie capitalistiche ,se non sorrette da uno studio preliminare del luogo, difficilmente decollano in favore delle popolazioni : vedi prima le industrie chimiche e petrolifere, poi quelle alberghiere importate. L’ industria casearia sarda, il cui impianto iniziò a ridosso dei citati fenomeni : delle chiudende, riscatto feudi, introduzione del metrico decimale, fallimento delle banche, non fu un’ industria nata per le esigenze del mercato interno, ad opera dei pastori, bensì per esigenze del mercato estero e ad opera di imprenditori peninsulari  (commercianti laziali, potentini e toscani) mossi dal bisogno di soddisfare  l’ accresciuta domanda dei mercati esterni, americano soprattutto, a causa della carente produzione casearia del Lazio. La Sardegna ricca di bestiame (circa 1.000.000 di ovini  e negli anni ’70 circa 2,5 milioni) e di pastori poveri risultò un paese da sfruttare, vicino, vergine  e ricco di materia prima. Ma l’ isola non aveva le infrastrutture adatte , non vi era stata la trasformazione dei pascoli né la trasformazione della mentalità del “vicus”  propria del pastore arcaico ; era fertile ad un profittevole sfruttamento.  La reazione del pastore, in vista di introiti sicuri e ragguardevoli (in proporzione al passato) fu quella di incrementare le bestie e cercare nuovi pascoli. La loro aumentata richiesta  fece lievitare i fitti (sino al 50% del ricavo del pastore, risultò poi) , ma il pastore non controllava e non controllò mai il mercato. Anzi, variazioni del mercato del “pecorino romano”  (oscillazioni e contrazioni della richiesta) mai si ripercossero sull’ industriale caseario che assorbiva le proprie perdite riducendo o il prezzo o la richiesta di latte al pastore. A questo punto oltre lo sfruttamento da parte del “proprietario assenteista” che non rinnovava le colture e le terre  e che anzi impediva , al pastore già disamorato della terra in affitto, di  intervenirvi con modifiche autonome” si aggiunse lo sfruttamento dell’  “industriale caseario” che trasferiva al pastore le proprie perdite.    
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Dal Pais  Serra al fascismo attraverso il primo dopoguerra.
(1894-1922/41)
In queste pagine si è visto molto delle repressioni, fiscali o militari in Sardegna da parte dei governi (da parte dello Stato come si dice nell’ Isola) , ma poco di riforme e provvedimenti preventivi.
La costante attuata , infatti, fu quella della rapina (di Stato : Aragonese o sabauda) oppure  dello sfruttamento selvaggio : dai feudi alla deforestazione. La risposta della Sardegna, barbaricina e non, fu il banditismo : come venalità, vendetta al sopruso e procacciamento di denaro (supra : le grassazioni agli esattori all’ uscita del paese,le bardane, l’abigeato [12] , la latitanza ed il banditismo). La criminalità fu talmente vasta ed efferata [13] che la risonanza dei fatti delittuosi indusse il parlamento di Roma, sollecitato dai deputati sardi, a predisporre una commissione d’ inchiesta che fu presieduta dal Pais Serra (supra). L’ inchiesta Pais è del 1896, ma già 30 anni prima era stata preceduta da un’ altra commissione parlamentare che non aveva, però, mai presentato conclusioni  e da una relazioni “Salaris” [14] che si era occupato, per la maggior parte, di : riordino fondiario, rimboschimento, acque, credito agricolo e avanzò proposte bruciate, poi, dalla successiva crisi delle Banche e dalla guerra doganale con la chiusura dei mercati francesi.La relazione del Salaris spaziava in tutti i campi che generavano la crisi, dal monopolio dei tabacchi all’ agricoltura, dalle banche ai finanziamenti alle tasse sugli alcoli, dalla pastorizia alle opere dei porti e militari,  ma fu  esigua nei metodi di soluzione limitandosi  dapprima ad una  ipotesi di costituzione della Sardegna in provincia autonoma ed in seguito avanzando la proposta per una autonomia finanziaria. Tanto poche le richieste che il parlamento cercò di fare di più e con il Di Rudinì  tese a far approvare una riforma delle opere idrauliche , di bonifica, antimalariche ecc. , ma nessuna che affrontasse il problema della riforma moderna dell’ agricoltura e soprattutto della pastorizia che rimasero al palo sempre in agguato per eventi di crisi appena al di fuori della normalità. Questa legislazione speciale, affrontata e seguita anche dall’ onorevole Cocco Ortu  non diede il frutto atteso e la si rinnovò per gli anni e decenni successivi sempre con le critiche degli intellettuali sardi, come Attilio  Deffenu che fu  avversario sia dell’ ispirazione che aveva guidato le leggi speciali [15] sia della loro efficacia. Sempre nel 1914, anno dell’ intervento del Deffenu e della fine della grande crisi della siccità del 1913 e 1914 [16] una ulteriore soluzione temporanea a fame e disoccupazione fu data dall’ arruolamento per la guerra. Alla fine della quale, sempre con un intervento dalla Sardegna, ad opera di Emilio Lussu e di altri intellettuali sardifu dato corpo al Partito Sardo d’Azione [17]  che portando avanti proposte per una soluzione reale dei problemi dell’ isola , sentiti dalla maggior parte della popolazione,  ebbe un notevole successo elettorale interrotto nella sua esplicazione anche e soprattutto dalla presa di potere del Fascismo sostenuto, come ora documentato, proprio da quegli agrari dei quali i “possidenti assenteisti sardi” facevano parte. Arriviamo, col fascismo al primo sostanziale piano di rinascita sardo che stanziava allora un miliardo [18] di lire in dieci anni per opere che nessun intervento prevedevano per la pastorizia ,ma piuttosto in svariate opere diverse, utili alla Sardegna , ma che costituivano, coi loro oltre 800 milioni una fetta enorme perché : -alle opere pubbliche furono destinati circa 340 milioni ; -all’ agricoltura circa 240 milioni ; -alla pastorizia nessuna somma diretta ed esplicita. Secondo la relazione della Commissione del 1972, nel 1927 il prefetto di Nuoro (fascista) rimarcava ancora, presso il Ministero dell’ interno, le seguenti storture :

Nei successivi anni, dal 1930 al 1940 gravemente diminuirono prezzi del latte, numero degli ovini (passarono da circa 2.000.000 del 1936 a circa 1.800.000 del 37 ;)di oltre 40.000 capi diminuirono i bovini ed il  reddito del latte fu di L. 8,50 per pecora in luogo delle 25 lire che sarebbero occorse  per un modesto reddito del pastore. Nonostante la morte dello Stocchino [19] il fenomeno del banditismo ebbe il suo corso [20] come dimostrano i fratelli Pintor di Bitti e solo fattori diversi, come le guerre del regime : Etiopia, Spagna  e II conflitto, ed è presente alle soglie dell’ ultima guerra con Falconi Bachis [21] .
9  Fascismo e 2^ Guerra mondiale  
Così come nella Grande guerra, anche con la II Guerra mondiale il problema sardo e della pastorizia fu risolto  temporaneamente dagli eventi diversi da quelli strutturali che sarebbero stati necessari all’ isola. Anche questa volta e si parla del 1944-1945 l’ isolamento della Sardegna la portò al centro dell’ attività di rifornimento per la Penisola. Due elementi centrali furono : il carbone del Sulcis [22]  e la produzione
agro pastorale. In effetti per quest’ ultima in territorio quasi indenne dagli stravolgimenti subiti dalla penisola, si potè continuare la produzione agricola e zoologica e le merci furono prodotto di scambio (mercato nero ) nell’ isola e di esportazione in  un’ Italia con economia disastrata. Ma la temporaneità dell’ evento, la mancanza di strutture industriali, la pastorizia ancora arretrata  dopo un periodo euforico per l’ economia rurale fecero ripiombare pastori e contadini nella primitiva condizione.D’ altronde nemmeno una legge stralcio sull’ agricoltura e la prima riforma agraria furono capaci di variare  la condizione agricola e quella pastorale dell’ Isola ; i 115.032 Flumendosa ettari distribuiti in 21 comuni da Alghero a Castiadas lasciarono fuori , pressoché totalmente la provincia di Nuoro in cui furono beneficiati i soli comuni di Nuoro e Laconi  più 5000 ettari scarsi  fra Villacidro e Siliqua gestiti però dall’ ente. La pastorizia, pertanto non fu quasi toccata , ed in più i terreni della riforma, sia nella piana della Nurra sia nella zona Castiadas furono espropriati e distribuiti in zone pietrose o argillose e senza acqua e furono un semifallimento di cui ancor oggi si vede il segno ; le terre dopo poco furono cedute a funzionari dell’ ETFAS che usarono le case campestri come seconda casa al mare  ed oggi da essi vengono riscattate presso l’ Azienda per pochi milioni.   Nemmeno il piano di rinascita varato con la legge n° 588/1962 alterò i vecchi rapporti per un errore politico delle scelte operate dal governo regionale  che disattese proprio le norme innovative sulla pastorizia e sulla agricoltura minore vanificando la progettata lotta indiretta al banditismo che il piano “antibrigantaggio” concepito  come decennale nel 1953 , aveva indicato nella sua genesi : <...riconoscendo inoltre che il brigantaggio in Sardegna non è fenomeno di criminalità temporanea , ma dipendente permanentemente dalle sue zone spopolate e deserte  e dalla sua depressione  economica e sociale chiede che il Governo, con il concorso della Regione , disponga come è fatto obbligo dallo Statuto Speciale (art 13)   un piano organico atto a favorire la rinascita economica e sociale dell’ isola , il quale , attuato in 10 anni, consacri nei fatti la solidarietà dello stato nazionale  e apra a tutta l’ Isola la via verso un’ èra di una moderna vita civile [23] > Occorsero dieci anni di discussioni per l’ approvazione della legge  (anche con la partecipazione della opinione pubblica sarda e dei suoi rappresentanti per partorire un piano che però era forse il migliore della  legislazione meridionalistica statale ;  la legge prevedeva infatti : -di proseguire negli espropri non ancora attuati dalla riforma ; -piani di intervento presentati da proprietari e concessionari di terre per un loro proficuo e razionale sfruttamento ; -il finanziamento di opere a favore di trasformazioni in campo agricolo, pastorale  e agro-silvo pastorale ; gli stanziamenti furono di 400 miliardi sostitutivi purtroppo (e non aggiuntivi come previsto dalla legge) dei finanziamenti ordinari e la gestione fu affidata alla Regione sarda. Secondo il Pirastru lo stato e la regione agirono comunque con vecchi schemi “antipastorali” ed infatti oltre ai contributi alle aziende, talvolta distribuiti con criteri clientelari, si diede preminenza alla “creazione di poli di sviluppo” in una imitazione del capitalismo peninsulare  abbandonando per l’ ennesima volta lo sviluppo proprio dell’ economia sarda sul versante agricolo e della riorganizzazione intensiva di campi, pascoli e pastorizia ; fu in pratica un fallimento [24] L’ errore , riconosciuto da Giagu de Martini ,fu quello di aver <accentrato i finanziamenti in imprese - , di solito grandi industrie - dislocate nei “poli di sviluppo”> fatto questo che non fece altro che aggravare  il divario, economico, sociale e tecnologico, (non dimentichiamo che l’ emigrazione continuò a permanere) fra le zone interne dell’ isola ed i poli industriali. Errori che si pagheranno a caro prezzo ed ancora si stanno pagando, dalla piana di Ottana, alle industrie Casar (di pomodori) e a Porto Torres. La nuova politica delle zone metropolitane, non si discostava di molto da questo  progetto e gli assi attrezzati, ancora in discussione   presso l’ Hotel Setar di Quarto Sant ‘ Elena ad un mese dalla scadenza del 1992 non portarono a conclusioni realistiche (N.d.R.) Per cui la condizione nelle zone interne della Sardegna non è avanzata mai e sin dalle prime battute del piano i pastori dell’ interno cominciarono a pressare sul governo regionale (che aveva i soldi)  per avere sconti e rimborsi sui mangimi, sovvenzioni per calamità naturali e contributi vari per la sopravvivenza del bestiame  innescando un “circolo vizioso” che ancora oggi vige (1997) nonostante il Piano di Rinascita sia stato rifinanziato abbastanza recentemente. (a cura di Vincenzo A. Romano –Criminologia-Univ.CA)   Statistiche  e Dati dal 1969.  (sino alle ricerche recenti) [25]   Sin dagli studi del col. Oliva e del dottor Panico si traggono delle conclusioni sulla commissione dei delitti per tipi, regione e classe (o meglio categoria professionale) : -OMICIDI                           pastori           tutte le province ; -PERCOSSE/LESIONI            agricoltori        tutte le province ; -RAPINE/ESTORS/FURTI       pastori            Sassari e Nuoro                                       agricoltori             Cagliari ; -DANNI                              pastori           tutte le province. La domanda se la distribuzione di tali delitti fosse la stessa anche anni  addietro ha portato a risposta affermativa sin dal 1600. Ancor di più alla lettura degli atti ufficiali, e questo spiega in parte la mentalità distruttiva nei confronti della pastorizia viva sin dai tempi remoti risulta che la pastorizia nomade era considerata la cancrena della Sardegna. [26] Quando per pastorizia nomade o pastorizia errante  si intende la pastorizia della transumanza.     Vale la pena di riportare un giudizio del Crespi [27]  : Il paradigma pastorale, infatti, emerge dalla Barbagia come dalla terra della sua investitura. In Sardegna tutto è legato alla vita e ai problemi del pastore Non si tratta solo di un legame economico , ma culturale ; esso entra nella psicologia della gente sarda come  condizione, tradizione, stato d’ animo. L’ombra del pastore accompagna scelte, decisioni, preoccupazioni e si inserisce autorevolmente nel gioco degli interessi politici. Le ragioni non mancano : un tradizionalismo coerente e un solidarismo tenace caratterizzano la società pastorale là dove i suoi gruppi costituiscono  ancora una realtà omogenea. Il pastore barbaricino rappresenta la raffigurazione umana di un fatto culturale, di un modo di essere e agire, di esistere e di pensare. E’ del resto sintomatico che l’ arcaico ethos  del pastore  si sia conservato soprattutto <<là dove alle culture esterne non era consentito di interferirvi >>  così che in epoca di automazione un’ economia  pastorale riesce ancora ad affermare la sua presenza con un’ orgogliosa  capacità di operare e produrre , inserendo valori  ed obiettivi particolari in un mondo di più vasta e complessa  realtà culturale .   Questa la spiegazione  della influenza della mentalità e della cultura pastorale oltre il territorio geografico (1.250.000 ettari su 2.500.000) ed oltre il ceto e la valenza economica del pastore. Un’altra notazione da fare è quella delle fasi di recrudescenza del fenomeno banditismo : l’ infittirsi del fenomeno, le sue fasi di maggiore sviluppo, i suoi cicli, insomma, hanno coinciso non con flussi ciclici quanto piuttosto risultano collegati ai momenti di crisi e di maggiore disequilibrio nella economia e nella società sarda (supra) e con maggiore rilievo nei momenti in cui la società pastorale è stata maggiormente colpita.  10 IL nuovo corso del banditismo Attorno alla fine degli anni 60 , da parte di certa stampa e di certi commentatori  si è diffusa una tendenza : quella di considerare i “banditi attuali” come una nuova genia  di uomini massimamente crudeli e tesi all’ utilità del profitto che avrebbero soppiantato l’ antico ottocentesco <bandito romantico>. Niente di meno vero, si preoccupa di dimostrare il Pirastru, mettendo l’ accento sul fatto che, in Sardegna, il fenomeno del banditismo è sempre stato appannaggio del mondo pastorale, anche se non solo, e messo in essere con intento utilitaristico e di estrema ferocia. Il convincimento dei moderni sostenitori delle nuove caratteristiche del bandito sardo  si appunta su tre osservazioni : ·     Che esso sia di una efferatezza prima sconosciuta ; ·     Che esso commetta crimini al solo scopo di lucro ; ·     Che nel periodo successivo , anche  anni 90, esso abbia scelto come vittime soprattutto uomini dell’ industria e del mondo finanziario. Pirastru , pur ammettendo queste caratterizzazioni dominanti del corso attuale, nega che esse siano “caratteri nuovbi” del banditismo e porta svariati esempi, che poi sono la maggior parte , di episodi criminali del passato, anche del XIX secolo, segnati da utilitarismo, desiderio di arricchimento rapido e ferocia inaudita. 1899 - i banditi di Orgosolo :Moni e Goddi rapiscono un contadino di Benetutti ;  ala presenza di moglie figli lo scannano, lo squartano , lo decapitano e appoggiano la testa sangueinante su di un muretto : con il sangue che cola gli arricciano i baffi ; 1891 - un bandito di Usini, De rosa, sequestra ed uccide, in un solo giorno, quattro persone di cui una donna incinta ;e questo come due dei tanti esempi per non parlare dello pseudo romantico bandito  Stocchino di Arzana, altro squartatore di cui si è già detto [28] . Dal 1870 in poi si hanno numerosi interventi di giudici, magistrati e prefetti, anche in periodo fascista, che evidenziano la brutalità di questi banditi, la loro motivazione utilitaristica e lo stato di bisogno da cui molte volte i fenomeni hanno origine. Il prefetto Chiaromonte, a Nuoro e nel 1930 così telegrafafa a Roma : “Mezzi radicali non possono ravvisarsi  che  in provvedimenti di carattere sociale ed economico di lunga portata : : :ma intanto sarebbe indispensabile distribuire equamente i lavori pubblici della prossima stagione invernale dando preferenza a quelli di carattere igienico sanitario ed edifici scolastici rinviando opre di abbellimento. Sulle novità vere della nuova fase del banditismo sardo è interessante invece leggere studi recenti [29] che esaminano il fenomeno sia nella componente sociale, sia in quella dell’ origine geografica sia ancora quella della <distribuzione geografica dei luoghi di prelevamento degli ostaggi>. (dati ministero Interni)

NOTE

[1] Regio editto sopra le chiudende, sopra i terreni comuni e della corona e sopra i tabacchi del Regno di Sardegna,  6 ottobre 1920. 
[2] Efisio MUSCAS, Memorie sulla dissensione de’ Pastori  con gli Agricoltori , 1805, da “Memorie della Reale società Agraria ed Economica di Cagliari, 1836, vol. I ,  fascicolo I
[3] Come ebbe ad esprimersi il Siotto Pintor.
[4] Il dato è portato alla Camera dal Siotto Pintor nel suo discorso del 29 novembre 1850, in cui mostra lo stretto rapporto di  causa effetto fra l’ ingigantirsi del fenomeno del banditismo e della latitanza  dei debitori  e gli effetti sia della legge delle chiudende  sia di quella sul riscatto e abolizione dei feudi.  
[5] Giovanni Maria Angioi  era un giudice della Udienza reale preso il Viceré della Sardegna, stimatissimo e molto seguito dalle popolazioni aveva  capeggiato rivolte anti feudatari e antipiemomntesi dal 1739 al 1796 dopo la tentata invasione del Cagliaritano da parte dei francesi ; tentativo rintuzzato dalle milizie cagliaritane e sarde ; fallita la rivolta anti piemontese, nonostante una prima cacciata di questi da Cagliari, si ritirò in esilio a Porto Torres ed in Inghilterra.
[6] Il diritto di ademprivio era una sorta di diritto d’ uso gratuito dei prodotti della natura per cui era concesso ai poveri e meno abbienti : la spigolatura e rampollatura (che ora, anche nel codice penale del 1930 costituisce reato contro il patrimonio per l’ art. 628 n° 3) dei fondi, la legnazione, il diritto d’ acqua , caccia e pesca con i quali mezzi i più poveri si garantivano la sopravvivenza con le loro famiglie.
[7] Camera dei comuni inglese, seduta del 18 luglio 1861, Cession of Sardiania in atti parlamentari d’ inchiesta.
[8] Diritto di trarre godimento dai beni stanziali.
[9] Vedi Mons. Ottorino Alberti :I vescovi sardi al Concilio Vaticano   I   a  proposito delle lettere del vescovo di Nuoro Monsignor De Martis alla Santa Sede. (1963)
[10] Allora la provincia era quella di Sassari che comprendeva anche Nuoro.
[11] Vedi :PAIS SERRA , Relazione sulle condizioni economiche  e della sicurezza pubblica in Sardega, Camera dei Deputati 1896, pp 188-189.
[12] E opportuno osservare che un’ altra terra, la Sicilia, in condizioni di analogo sfruttamento ha conosciuto lo stesso fenomeno dell’ abigeato per cui lo Stato dovette intervenire con una legge ad “effetto spaziale” solo su queste due  regioni d’ Italia.
[13] Non è assolutamente vero che solo oggi il banditismo sardo abbia raggiunto gradi di efferatezza abnormi in quanto già nell’ ottocento la caratteristica era tale e non “di banditismo romantico” che gli squartamenti dei cadaveri e la loro decapitazione non erano una rarità così come rare non erano le scariche di pallettoni in pieno volto anche a vittime minorenni (bambine).
[14] Inchiesta a carattere regionale  sul caso Jacini (settore dell’ agricoltura) in Atti della giunta per l’ inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola volume XIV, fasc.II della relazione dell’ onorevole Salaris sulla XII circoscrizione (province di Cagliari e Sassari ; Roma 1885.
[15] Leggi che, come si direbbe oggi sono solo “tampone” rispetto al problema e non sono, assolutamente strutturali, tali cioè da affrontare il caso alla radice nella sua architettura ed impalcazione ;
[16] Fatto che mostra come le assegnazioni del Di Rudinì , seppure elargite in materia di riforme delle acque, tuttavia non avevano raggiunto lo scopo prefisso, come d’ altronde ancor oggi nel 1997.
[17] Per una lettura in questo senso vedi :Pietro Marongiu, Teoria e storia del banditismo sociale in Sardegna, Della Torre, CA ,1981 pp .157 ss.
[18] Somma uguale alla liquidazione , in contanti, che il regime pagherà alla santa Sede a titolo di risarcimento per i Patti lateranensi del 1929.
[19] Pietro  MARONGIU  op. cit. p. 161 :Samuele Stocchino, efferato latitante bandito di Arzana che imperversò in Sardegna sino al 1928, era nato nel 1985, eroe della I guerra mondiale, fu decorato con medaglia d’ argento, poi condannato ad 1 anno di fortezza per disobbedienza si diede alla latitanza  e fu, per qualche tempo una sorta di eroe romantico ,quel tipo che poi darà l’ incentivo ad una certa visione romantica del “bandito sardo”, invece avido, sanguinario e venale come tutti i banditi anche odierni,  sarà <ucciso dopo morto per motivi di taglia> quando Mussolini diede una impronta dura alla lotta al banditismo : v. Gigi GHIROTTI, Mitra e Sardegna, Longanesi,1968 (inchiesta giornalistica).
[20] P. MARONGIU , op. cit.
[21] ibidem p. 162.
[22] La questione delle miniere del Sulcis iglesiente e del loro carbone a basso tenore energetico (circa 6.000 cal/Kg contro le 9.000 di quello d’ importazione)  hanno costituito un buon serbatoi nei periodi andati ed in quello di guerra, ma  rimangono  una palla al piede, psicologica ed economica nella società postbellica nella quale si sono sperperati denari e forze ed illuse popolazioni a fini non nobili ma di ricerca di consenso e potere sia da parte dei governi democristiani sia delle opposizioni  continuando ad investire danaro e a creare tecnici (periti ed ingegneri minerari nella popolazione del luogo) per un carbone che in effetti : non ha mercato per la sua bassa energia  e non ha mercato per il suo alto costo di estrazione e trasporto.
[23] Resoconto stenografico della seduta al Senato del 18 dicembre 1953.
[24] Dalle dichiarazioni programmatiche del Presidente della Regione Giagu De Martini il  25 gennaio 1971 in Cagliari, da atti della REGIONE AUTONOMA DI SARDEGNA.
[25] Vedi di Piero Marongiu e Ronald Clarke :Il sequestro di persona a scopo di estorsione in Sardegna ,Università di Cagliari , seminario, 1992, in appunti alle lezioni.
[26] Atti della seduta del Senato del Regno del 15 dicembre 1962.
[27] P. CRESPI, Analisi sociologica e sottosviluppo economico. Introduzione ad uno studio d’ am biente in Sardegna, MI, Giuffrè, 1963
[28] v. pag. 22

[29] MARONGIU , CLARKE , l sequestro a Scopo di estorsione in Sardegna, Università degli Studi di Cagliari, 1992.

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