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Redazione 7 novembre 2005 ore 17.45
Il PdCI: una sfida generazionale
di Severino Galante *
Come avete visto, avrei dovuto intervenire conclusivamente, avendo quindi alle spalle l’esperienza e delle relazioni e degli interventi del dibattito, per tentare di trarre qualche riflessione su quella base. Ho degli appunti sparsi, li ho qui di fronte e spero di non perdermi completamente. Trasformare un’ipotesi di conclusione in una relazione introduttiva è abbastanza complicato e quindi mi scuso fin da ora per l’assenza di organicità. Cerco di mettere a fuoco alcuni temi. Prima di tutto, però a nome della segreteria nazionale intanto complimentarmi con chi ha organizzato questo lavoro Luccio, Paola in particolare, e con voi che partecipate a questa iniziativa sapendo che essa rappresenta come dire il rispetto di una decisione che abbiamo assunto al Congresso e che essa stessa, questa nostra esperienza, è una tappa. Una delle tante piccole tappe di costruzione di un percorso di partito e quindi che il riuscire ad assumere degli impegni e poi a concretizzarli è un segnale che sia pure con enorme fatica, ma anche con altrettanta determinazione gli ostacoli che abbiamo di fronte lentamente riusciamo superarli. Quindi un elemento di consolazione, di soddisfazione quello di trovarci qui. So che in giro per l’Italia ci sono stati un po’ di mugugni perché dovendo selezionare inevitabilmente alcuni ci sono e altri non ci sono, se l’impegno comune ad andare avanti su queste esperienze e quindi a consolidare io spero che nella seconda parte dell’anno sarà possibile mettere in piedi un secondo corso nazionale, tenteremo e so che questo è un elemento estremamente difficile da affrontare, di realizzare anche esperienze di tipo regionale o interregionale che siano tali, in tempi più ristretti, che siano tali da sviluppare come punto a tappe successive di costruzione di organizzazione di partito altre iniziative e altri corsi di questa natura. La relazione della compagna Pellegrini è stata molto ampia e molto impegnativa e forse anche discutibile in una serie di punti di passaggi. Io credo che la riflessione dovrà approfondirsi su tutti questi punti e tra di noi e fuori di noi appunto nel lavoro che si aspetta. Io partirei da una riflessione che sta a margine però della sua introduzione e cioè da un’esperienza di qualche settimana fa. Il partito mi ha mandato un incontro internazionale di comunisti che si è tenuto in Spagna. In quell’occasione il presidente del Gue e cioè del Gruppo unitario della sinistra europea al parlamento; il compagno francese nel suo intervento ha evidenziato quella che a lui sembrava una contraddizione. Diceva: noi assistiamo nel mondo e in Europa il sorgere di una serie di movimenti molto importanti, molto significativi a Seattle, a Genova, e poi l’appuntamento di Firenze dell’autunno di quest’anno, movimenti sindacali imponenti come gli scioperi e le manifestazione in Italia, lo sciopero che era allora in preparazione, e che è ben riuscito, in Spagna. Un grande movimento e però, diceva, se andiamo a vedere i risultati elettorali una sconfitta dopo l’altra. Forse non è una contraddizione. Questo è il punto del ragionamento da cui vorrei partire. Forse questa contraddizione apparente va inquadrata in una riflessione che assuma fino in fondo le conseguenze del giudizio storico, per questo dicevo in margine, il giudizio su Hobsbawm “Il Secolo breve”, il novecento e così via, che assuma fino in fondo il giudizio storico su ciò che è avvenuto alla fine del novecento. E allora io credo che dobbiamo dire con nettezza, parlo a dei giovani e non vorrei che questo fosse elemento di demoralizzazione, ma al contrario è elemento di consapevolezza dal punto da cui partiamo ripartiamo per procedere perché noi siamo fra coloro che hanno perso la guerra del novecento, che hanno perso la guerra fredda che è stata una guerra in tutti i sensi, sotto tutte le forme con tutti i mezzi che la guerra comporta, ma non soltanto abbiamo perso la guerra fredda che è l’elemento caratterizzante il novecento. Forse dobbiamo porci al di là, insieme alla formula del “secolo breve” anche quella, non è un gioco di parole, del “secolo lungo” come qualcuno ha detto e cioè del periodo di tempo che va dal 1848, il Manifesto, al 1991 quindi un arco di tempo del lungo ‘800, se volete, perché quello che è stato sconfitto io ritengo alla fine del ‘900 e quello che abbiamo subito, è che abbiamo perso una sfida più che secolare sulla concezione della società, sulla concezione della democrazia, dello stato, delle relazioni internazionali, della cultura, della partecipazione. Cioè in breve abbiamo perso, provvisoriamente io sono convinto, ma abbiamo per questa fase perso la sfida sull’insieme delle relazioni fra gli essere umani. E quando dico noi non intendo solo noi in senso di noi comunisti, ma in senso lato, cioè come l’insieme di forze non conservatrici, l’insieme delle forze non reazionarie. E quando qualcuno perde uno scontro di questo genere è ovvio che gli altri, i vincitori, facciano passare e impongano le loro letture della storia, le loro letture della società, i loro valori oltre che i loro interessi. Ciò che sta avvenendo in questo grande sommovimento epocale credo che sia esattamente questo: la grande battaglia per l’egemonia su scala mondiale e nel caso nostro, in Italia un grande scontro che punta ad instaurare quello che noi chiamiamo nel lessico politico corrente il regime, ma tema parola concetto sul quale dovremo riflettere a punto per capirne il senso reale, profondo. Provate a pensare a quello che sta succedendo in questi campi. Il ruolo dei partiti e il processo di depoliticizzazione che è in corso, l’affermazione di formule populistiche di pseudo partecipazione; il riemergere contro la democrazia dei partiti della democrazia del notabilato. Cioè il modello, da questo punto di vista, di fine ‘800 pregiolittiano. Il ruolo dei sindacati, processo di corporativizzazione, tendenza ad abolire il contratto nazionale a recedere verso forme di contratti individuali. Di nuovo caratterizzazione da fine ‘800. I diritti del lavoro che vengono attaccati e contestati. Allora vi era all’opposto il tentativo del movimento socialista di conquistare via via nuovi diritti. Sanità, scuola, previdenza: si passa dai diritti universali quali sono stati realizzati lungo il novecento, in particolare nella sua seconda metà, a questa spinta versa la mutualità, cioè si regredisce all’auto sostegno e probabilmente in prospettiva c’è il passaggio alla carità. Vengo dalla Toscana e si parlava delle forme che in quella regione in tempi lontanissimi venivano assunte in questi campi. Non siamo ancora allo stato schierato nei conflitti sociali ma alcune esperienze tipo Genova ci indicano quali profonde manipolazioni dello stato di diritto stiano avvenendo perché la questione tipica delle bombe molotov inventate ci dice verso quale indicazione di stato si vuole andare. Allora c’era la leva, l’esercito professionale che oggi viene introdotto è un mutamento anch’esso epocale rispetto a una forma di organizzazione. L’uso dei media, non per riflettere o per ragionare, ma anche qui in forme modernissime di feuilleton fine ‘800 allora strumenti di crescita, oggi di regressione in quell’altra direzione. La frammentazione delle istituzioni direbbe Gramsci e il ritorno dei tempi del duca di Pivona, cioè lo scontro Nord-Sud che era in quell’epoca. Le parole che oggi usa e le categorie che oggi usa Bossi sono letteralmente riportate “il sud palla al piede”, dalla retorica, dallo scontro politico di fine ‘800. La collocazione internazionale di questo paese che stava diventando europeistica che viene riportata brutalmente al rapporto pressoché diretto e comunque privilegiato con gli Stati Uniti. La questione dei codici, il processo penale e la magistratura che si tenta ancora di riportare; la gestione del territorio con gli appalti per cui si eliminano i controlli.
Sto ponendo dei titoli di problemi, neanche paragrafi, che andrebbe analiticamente verificato e capendo che l’analogia che sto cercando di proporre è una suggestione, non è un’analisi sistematica. L’etica pubblica. Quando qualcuno ci dice che bisogna convivere con la mafia, ci riporta a quel tipo; gli intellettuali e la politica. Lo svuotamento dall’interno della Carta costituzionale che è poi la sintesi. Questo è il regime almeno così lo leggo e lo vedo io, cioè lo sforzo per definire un modello di società che cancella il secolo breve e forse cancella il lungo ‘800 per riportarci in una situazione che è quella del dominio di una classe sociale esercitato con tutti gli strumenti del dominio e che manifesta progetti regressivi, la rivoluzione reazionaria di cui abbiamo in altre occasioni parlato che pervadono l’insieme della nostra società e cioè è possibile proprio perché hanno vinto quella guerra. E’ dentro a questo quadro che si pone il,problema del partito e della sfida del partito perché quella vittoria è la vittoria sulla costruzione anche politica anche organizzativa del movimento operaio in tutte le sue articolazioni nel secolo e rotti che ci dà alle spalle e questo dice l’enormità della sfida che noi ci proponiamo nel momento in cui ciononostante, da sconfitti, ma non da arresi, noi diciamo che oggi c’è la necessità di ricostruire un partito che noi chiamiamo partito comunista perché ci richiamiamo ad una certa linea e ad una certa tradizione che sia in grado di fare fronte a questa sconfitta di riorganizzare le forze e di via via tentare di passare dalla difesa al contrattacco e su scala nazionale, perché le nazioni contano ancora e su scala europea e su scala mondiale dentro lo schema dell’internazionalismo che di nuovo viene dalla nostra radice, dalla nostra storia. Quindi una sfida immane con gli altri ma prima di tutto con noi stessi. Nei documenti congressuali noi abbiamo tracciato le linee di indirizzo per la costruzione del Partito dei comunisti italiani. Io credo che queste linee di indirizzo, e non a caso vengano definite linee di indirizzo perché si tratta di un processo, di un percorso, debbano essere da noi attentamente meditate assai più di quanto abbiamo fatto in sede congressuale successivamente perché in esse sono indicate più problemi che soluzioni e tuttavia dentro a quel quadro di riferimento cerchiamo di costruire questo percorso di partito. Parentesi: noi ci chiamiamo Partito dei comunisti italiani. Non siamo un partito. Lasciamo da parte il fatto se siamo dei comunisti, che è un problema ancora più radicale cioè che cosa significa essere comunisti oggi in questa situazione, ma insomma qui il problema è radicare. Tanto più se siamo un partito. Detto in formula un partito è una organizzazione nazionale, per la nostra storia, è un programma nazionale più una organizzazione nazionale. Quanto a programma nazionale se andiamo a vedere i nostri documenti non ci siamo mica ancora. Abbiamo una serie di punti, una serie di riferimenti, una serie di spunti, ma non su tutto. Abbiamo un programma ma non su tutto, noi in generale abbiamo un progetto e quanto a organizzazione che è tema che mi interessa direttamente in quanto responsabile di questo settore voi sapete che noi ci siamo nominalmente sul territorio, pensate alle realtà di ognuna delle vostre regioni, in ognuna delle vostre province. Voi come me, come noi, vi richiamate a una storia a un partito, il Partito comunista italiano che di norma credo data la vostra età non avete conosciuto nella vita reale, almeno la gran parte di voi. Nella federazione di Venezia che è nella mia regione e che è nel Veneto bianchissimo, l’area rossa nei momenti di fioritura di quel partito aveva sui 30-35.000 iscritti. Noi oggi abbiamo, se va bene, 35.000 iscritti a livello nazionale. Altro mondo. Anche questo ci dice che è giusto il rapporto con quella storia, è indispensabile, ma noi non siamo quello, né potremo tornare ad esserlo. Quindi oggi siamo un’organizzazione che si sta lentamente costruendo e che dovrà coi tempi necessari riuscire via via a permeare l’intero tessuto sociale e l’intero tessuto territoriale del nostro paese, ma non ci siamo. Quando in una realtà come quella di Padova che ha 108 comuni noi abbiamo 190 iscritti voi capite che non ci siamo eppure dovremmo esserci, dovremmo cominciare ad arrivare via via in una serie di realtà, in una serie di punti che sono indispensabili per avere un rapporto e con la società e con il territorio e con le dinamiche che in questi ambiti si muovono. Quindi un partito che deve avere in primo luogo nei suoi gruppi dirigenti e quando parlo di gruppi dirigenti intendo quello centrale e quelli periferici, quelli regionali e quelli provinciali, la consapevolezza che la propria autocostruzione dentro al quadro di riferimento che ho richiamato e che richiamava Paola prima, è un processo generazionale. Quando intendiamo generazionale vogliamo dire, certo ognuno di noi ha l’impazienza di avere uno strumento che lo metta in grado di affrontare efficacemente una serie di problemi che giorno per giorno gli vengono sottoposti. Ha questa impazienza e tuttavia ha la consapevolezza che, pur tentando di attrezzarsi per dare risposta alle esigenze dell’immediato, ha nel suo cervello e nella sua progettualità il tempo lungo dei 25 anni, perché questo vuol dire generazionale, cioè il tempo di una generazione per tentare a tornare ad essere un soggetto efficace nel compito che i comunisti hanno: di abolizione dello stato di cose presente, della rivoluzione per usare formule antiche, ma capendoci sul significato effettivo. Torno a dire: perché siamo stati sconfitti ma non ci siamo arresi, perché dentro alla vittoria dei nostri avversari emergono tensioni e contraddizioni tali che ci consentono di dire che questo non è il mondo della fine della storia, non è la previsione di Fukuyama che si è realizzata concretamente, ma le contraddizioni permangono e in queste contraddizioni i comunisti devono sapere muoversi. Devono sapere muoversi e devono sapere agire. Per orgoglio? Per testardaggine? Non credo, ma proprio per l’analisi che abbiamo compiuto. Questo è un mondo in cui abbiamo perso ma non è un mondo pacificato. E non è pacificato perché le soluzioni dei vincitori non sono tali da consentire la pacificazione e se anzi, torno a dire, aprono nuovi immani contraddizioni. Taluni di noi ricordano le analisi economiche che dicevano che con la nascita del blocco socialista il mercato capitalistico si è dimezzato? E via via l’espansione del campo socialista ridurrà sempre di più gli spazi del mercato capitalista e creando contraddizioni esplosive che poi porteranno non al crollo ma a teorie di quella natura. Rovesciamolo questo schema: È successo esattamente l’opposto: quella fascia di società di mondo che era stata sottratta a quel tipo di mercato è stata recuperata completamente e questo, in particolare in Europa, ha messo a contatto, cortocircuitandole, le due realtà. Ma questo mondo, dove si sono aperte queste possibilità di espansione e di crescita al mondo capitalistico, questa parte dell’Europa nello stesso tempo ha aperto i confini e le barriere e la spinta dell’immigrazione, ed è diventata quella che è, e quindi ha portato dentro al mondo capitalistico tutte le contraddizioni del secondo e del terzo mondo, in un disordine che prima l’ordine imperiale statunitense da una parte e sovietico dall’altro in qualche modo contenevano. Non un nuovo ordine, ma un nuovo disordine è venuto e qui di nuovo dei rivoluzionari, dei comunisti hanno spazio grande hanno un dovere di intervenire e di agire. In Italia questa sfida, questo compito le altre forze di sinistra non lo sanno o non lo vogliono affrontare. Da una parte noi abbiamo stima enorme per tutti i nostri compagni di sinistra e per tutte le forze democratiche. Non sarebbe immaginabile un altro atteggiamento da parte dei Comunisti italiani, da parte di chi si richiama alla tradizione dei comunisti italiani che non fosse un atteggiamento di unità proprio perché il rischio è quello che ho richiamato e dentro al quale rischio, solo un ampio schieramento di forze, un ampio fronte democratico è in grado e di tenere e di tentare di contrattaccare. Quindi abbiamo questa ottica unitaria, ma non ci sfuggono i limiti delle altre forze di sinistra e quindi il giudizio forte e critico e la contestazione di certe posizioni che nei loro confronti dobbiamo dare che assieme all’analisi di fase motiva la ragion d’essere di questo partito. La necessità storica è una parola che non mi piace, per dire le condizioni di fondo che sollecitano chi abbia questo tipo di analisi a lavorare per realizzare uno strumento di questo genere. Noi abbiamo da una parte il più grande partito della sinistra quello dei DS che ha fatto una scelta precisa. Capiamoci: in termini di compiti storici della sinistra. Se la sinistra è storicamente il soggetto della trasformazione a me pare che i DS abbiano scelto che la trasformazione non è il loro compito. Non è il loro compito perché questo non diciamo che è il migliore dei mondi possibili, ma è il mondo unico che abbiamo e dentro a questo mondo dobbiamo agire forse per emendarne alcuni limiti ma non per cambiarlo. Nel nostro lessico tradizionale noi diciamo: “abolizione del capitalismo” o “fuoriuscita del capitalismo”, questo non è più un compito di quell’area. Abbiamo parlato di realismo ipertrofico, di un realismo portato alle estreme conseguenze per cui nulla come progetto di fondo, di trasformazione è ancora credibile, nella maggioranza almeno di quel partito. Sull’altro versante abbiamo, state attenti non è il luogo geometrico, non sto dicendo che stiamo fra i DS da una parte e fra Rifondazione dall’altra. Noi siamo altro e siamo oltre dei due. Ma sul versante di Rifondazione abbiamo simmetricamente quello che a me piace chiamare un utopismo ipertrofico e cioè l’agitazione di grandi temi, di agitazione senza misurarsi con i rapporti di forza reali, con la capacità effettiva di mettere in campo processi che realizzano gli obiettivi, i valori, le bandiere che vengono agitate. Basta vedere i comportamenti pressoché quotidiani di quel partito. Poi è anche vero che dentro a questo utopismo ipertrofico si colloca anche un doroteismo praticato quotidiano che fa paura agli eredi di Bisaglia e di Rumor cioè i grandi dorotei della Democrazia cristiana, perché poi nella pratica il tema del potere e del sottopotere è ben presente al compagno Bertinotti e dintorni. Ma lo schema di movimento, di rapporto con le forze politiche e sociali che si agita e l’altro, quello che, “avendo ragione”, perisca pure il mondo ma quello deve avvenire, l’affermazione dei principi. Noi ci muoviamo oltre questi due poli sulla linea di una utopia che si realizza, cioè della volontà concreta di misurarci con i grandi valori, con i grandi i grandi ideali che sono nostri, ma allo stesso tempo però di vedere che passo per passo questi vanno realizzati, altrimenti predicarli senza praticarli comporta la sconfitta degli stessi valori che noi affermiamo. L’esempio macroscopico dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Certo che siamo tutti d’accordo che è un diritto universale e che va affermato per tutti i lavoratori, solo che aprire la battaglia in queste circostanze vuol dire aprire che la perdono loro e che la sconfitta loro ricade anche su quelli che attualmente detengono quel diritto. Quindi è suicida un comportamento di questa natura sulla base del ragionamento, sui rapporti di forza, perché i principi vanno difesi e perseguiti ma devo poi realizzarli, portarli a casa perché poi la mia gente deve avere reali vantaggi e non solo prediche buone per la messa ma non per i risultati all’interno della società. Noi collochiamo il progetto di costruzione dentro questi parametri politico ideali, insomma, e voi capite che costruire un partito di questa natura nel clima sociale e politico di questi anni è impresa titanica. Perché si ha a che fare anche con i limiti degli essere umani, con la storia che essi si portano dietro. Quando si dice che noi veniamo da una sconfitta, beh altro è essere un esercito vincitore nello stato d’animo, nel modo di comportarsi e di rapportarsi con gli altri, altro è essere uno sbandato, che ha subito le sconfitte, che si sta via via ritirando, cercando di salvare il salvabile di ciò che ritiene importante. A differenza vostra, noi, quella della mia generazione, siamo l’esercito “sbandato”, siamo quelli che hanno dentro di sé pezzi di una storia di sconfitta di cui non sanno liberarsi, di cui non sappiamo liberarci. Voi vivete in realtà di territorio che conoscete meglio di me. dentro alle quali voi saprete, ci sono molte miserie, miserie umane, miserie politiche, di nostri comportamenti, di scontri, di ripicche, di norma non fra i giovani, di norma fra gli anziani che si portano dietro per l’appunto quella storia là. Noi non possiamo liberarci da quella storia. Siamo prigionier, possiamo tentare di emendarci, possiamo tentare di migliorarla, ma quando diciamo che il compito di costruzione del partito è un compito generazionale diciamo anche questo e vorrei che voi ascoltaste attentamente questo tema. Diciamo che noi non siamo in grado di farlo, non solo perché noi non ne avremmo il tempo, perché siamo partiti dalla sconfitta ecc.. ma anche perché non siamo in grado di farlo perché anche “strutturalmente” non siamo in grado di farlo. Voi sì, perché voi quel limite, quel DNA non ce lo avete dentro, non l’avete vissuta, non avete gli odi, le tensioni, le contrapposizioni le discriminazioni che hanno segnato e segnano tanti di noi; e quindi vostro è il compito positivo di costruzione. Noi possiamo soltanto “tenere botta” in questa situazione e cercare di far crescere una nuova generazione, delle nuove generazioni che sappiano prendere il meglio di quello che noi in qualche modo abbiamo incarnato ma lascino dietro alle loro spalle il peggio di quello che noi ci portiamo dietro. Non è un “predicozzo”, ma è la condizione per andare avanti. Giro troppo questo nostro partito per non sapere che o riusciamo a toglierci queste croste con un cambio generazionale con i tempi necessari, ma con un cambio generazionale dei gruppi dirigenti centrali e periferici oppure il partito non lo costruiremo. Non lo costruiremo. Allora questo è come dire la sfida che voi avete e il compito che noi cerchiamo di adempiere diciamo di formazione di selezione. Qualcheduno ce l’ha con il centralismo democratico in questo nostro partito. Forse non ha capito il senso vero del concetto del centralismo democratico così come noi lo interpretiamo. Così come noi vogliamo applicarlo, che non è formula burocratica di controllo del centro di tutto ciò che avviene in periferia, tutt’altro. Questa è pura burocrazia. È un meccanismo attraverso il quale un gruppo dirigente centrale che così è in questa fase perché così sono venute avanti le cose, cerca di alimentare la produzione di quadri dirigenti dalle periferie di assumerli via via come gruppi dirigenti nazionali e regionali. Questo è, in questo senso. Quindi un grande processo di democrazia e di crescita, di partecipazione e di far contare i quadri che sono indispensabili per la costruzione di questo partito. Quadri. Il nostro ragionamento di costruzione del partito idealmente si richiama a tutta la storia del marxismo, dei marxisti delle varie specie. Paola ha citato l’esempio di Gramsci, ma uno è appunto il riferimento che abbiamo selezionato, ce ne potevano essere tanti, ma noi abbiamo scelto Gramsci perché è nella nostra storia, nella storia dei comunisti italiani, è stato per un’operazione particolare il padre del grande partito comunista, cerchiamo di farlo diventare il padre ideale, politico del nuovo partito che stiamo mettendo in piedi. Da Gramsci vengono tante indicazioni, ma a me ne interessa una in questo caso. Laddove Gramsci dice che per comporre un partito ci vogliono tre elementi fondamentali, la traduco così perché poi il testo ce lo avete: una base di massa, di compagni impegnati e attivi anche senza, perché non tutti abbiamo queste caratteristiche ma ognuno di noi ha caratteristiche diverse, una grandissima capacità creativa e inventiva; un gruppo dirigente centrale, dei capitani, usa questa espressione, che invece sappiano dare questi grandi indirizzi; e nella dialettica vertice-base, uso questa espressione ancora sintetica per intenderci, la produzione di un terzo elemento che collega il primo - i capitani - alla base militante, che è quello dei quadri intermedi, essenziale ad un partito nella sua fase di formazione. Ci sono altre vecchie formule: un esercito non può produrre i generali, alcuni generali possono produrre un esercito. Capiamoci: generali di un certo genere, con una certa storia e supponendo che sono generali sconfitti comunque. Ma questo abbiamo, su questo lavoriamo, sul compito è formare gruppi dirigenti, formare capitani, formare generali, formare nuclei che su tutti i territori del nostro paese sappiano compiere quell’analisi differenziata delle realtà, perché il nostro è il paese delle cento città, che ci consentano di entrare in sintonia con la gente, con l’opinione pubblica, con i lavoratori, con i ceti medi, con la società articolata del nostro paese e nello stesso tempo di proporre indirizzi, soluzioni, ipotesi che consentono di marciare e che consentono a questi ceti sociali prima di tutto la classe operaia, ma non soltanto la classe operaia di riconoscersi nel nostro partito. Questo è uno dei tentativi che stiamo facendo. Questo corso ha anche questo significato. Puntiamo, prima ho fatto qualche battuta un po’ vera (?.)Sei ringiovanito, sei diventato ragazzo? No. Non è che questi sono corsi esclusivi per i giovani, ma ai giovani sono indirizzati, cioè ai nuovi dirigenti del partito che noi vogliamo formare. Ecco, a me pare che questo che sono riuscito a recuperare dagli appunti che avevo sparso. Avrei preferito avere alle spalle i vostri ragionamenti, le vostre riflessioni per cercare di interloquire con voi e adesso il discorso si rovescia, siete voi che dovete interloquire con me, con chi ha fatto questo lavoro e io spero che questa interlocuzione avvenga e possibilmente anche subito in modo che ragioniamo. C’è un’ultima nota però che voglio fare ed è questa: progetto di costruzione di un partito e di un forte partito comunista. Qualsiasi cosa significhi, torno a dire, perché voglio problematizzare questo essere comunisti oggi. Compito generazionale però anche compito immediato, ravvicinato. Un partito comunista grande richiede tempo. Un partito serio è alla nostra portata. Io mi propongo di costruire, ci proponiamo di costruire un partito comunista in tempi medi; nell’immediato però dobbiamo costruire un partito serio. La serietà è una categoria da comunisti secondo me, ma comunque è una categoria valida. Un partito serio, di gente seria, che assume impegni, che ha degli scopi generali che sono quelli stabiliti in comune dagli organismi dirigenti, che li attua che non antepone le proprie personali ambizioni - che sono giuste, che sono umane-, agli interessi della comunità dentro alla quale opera, che si propone di essere esempio anche nei comportamenti, dei valori e degli ideali che pratica. Anche nei comportamenti, perché torno a dire che qualsiasi cosa sia un comunista oggi, quando afferma un ideale e lo nega nell’azione, nel rapporto con gli altri suoi compagni, quello ha poco a che fare con la serietà prima di tutto e con il rapporto con la vita con i nostri ideali. Gramsci è anche questo: un modello lineare e coerente di essere umano che è stato fino all’ultimo fedele alle affermazioni nella pratica, nei comportamenti, nella vita e nella morte alle cose che diceva. Diciamo che, alla lontana, ognuno di noi anziani dovrebbe riuscire a rapportarsi a questo modello.
* Resp. Nazionale Organizzazione
- relazione al 1° corso nazionale di Formazione politica -