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postato da redazione 27 gennaio 2006 ore
Qualche giorno fa ci ha lasciati Nadia Gallico Spano, combattente della libertà, giovane costituente e sposa di Velio Spano, altro grande comunista sardo. Nel luglio scorso invitata ad una conferenza a Cagliari in difesa della Costituzione repubblicana, l'ormai novantenne minuta signora accendeva gli animi di una affollatissima sala col solo ricordo delle sofferenze, discussioni, contrasti che infine portarono, nel dicembre del 1947, alla firma della carta costituzionale che ora quattro sedicenti saggi ed una maggioranza insensibile ed arrogante vorrebbe imporre stravolta e smembrata al popolo italiano in un delirio di onnipotenza e scempiaggine. Solo ieri, qui a Cagliari raccoglievamo le firme per il referendum che dovrà definitivamente affondare l'insano progetto, ma rimanevamo, pur nella soddisfazione della raccolta sempre più numerosa, basiti per l'ignoranza della materia e del problema che il popolo dimostrava nelle pressanti richieste di precisazioni, del perchè di questo cambiamento, di cosa sarebbe potuto succedere. Il clima arrabbiato di questa campagna elettorale, la disinformazione sistematica, l'odio verso il nemico, ci inducono a proporre il delicato intervento che Palmiro Togliatti tenne il 25 marzo del 1947 all'Assemblea Costituente. Fu un atto di altissima politica, di senso dello stato e delle istituzioni che portò nell'Italia martoriata e sull'orlo di un nuovo gravissimo scontro ideologico la riappacificazione con le gerarchie della Chiesa di Roma timorosa dei pericoli per i privilegi acquisiti, ma soprattutto evitò la contrapposizione fra cattolici e socialisti che pure alcune forze politiche fomentavano.
Il discorso è preceduto da alcune note di un atro costituente -cattolico- che pure nel contrasto politico riconosce l'altissimo contributo di Togliatti alla definitiva archiviazione della questione romana. (V.A.R.)
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Quel 25 marzo di Togliatti
di Giulio Andreotti
Il 25 marzo 2004 il Senato ha approvato in prima lettura (che mi auguro sarà riveduta e corretta) la bozza di Nuova Costituzione. Chiamiamola pure così, anche se burocraticamente e con timidezza si parla di modifica di trentacinque articoli della Carta vigente.
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Quello che manca ai... ricostituenti è una visione di prospettiva, ritenendosi un difetto la caratteristica di costruttiva ambiguità alla quale si attennero i costituenti del ’46. Si voleva assicurare stabilità ma anche quella elasticità che rendesse possibili cambiamenti senza mettere mai a rischio il sistema |
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Quello
che manca ai... ricostituenti è una visione di prospettiva, ritenendosi
un difetto la caratteristica di costruttiva ambiguità alla quale si attennero i
costituenti del ’46. Si voleva assicurare stabilità ma anche quella elasticità
che rendesse possibili cambiamenti senza mettere mai a rischio il sistema.
Accanto alla legge elettorale proporzionale questa prudenza assicurò quasi mezzo
secolo di vita democratica, mai messa a rischio.
Altra
caratteristica dei costituenti fu il continuo confronto tra le tre grandi scuole
(liberale, socialcomunista e cattolica) per arrivare a sintesi accettate a larga
maggioranza, talvolta quasi all’unanimità.
Un esempio che
definirei clamoroso lo si trova proprio sotto la data del 25 marzo 1947. Il
clima di cooperazione politico-culturale aveva incontrato un ostacolo durissimo
sul tema dei rapporti tra Stato e Chiesa. Noi democristiani eravamo impegnati a
introdurre la menzione dei Patti lateranensi. Era un dovere anche verso
monsignor Montini che nel 1946 aveva scongiurato che tra le altre si desse
all’Italia anche l’umiliazione di vedere garantita la sovranità della Città del
Vaticano non più dall’Italia in virtù dei Patti del 1929, ma dalle potenze
vincitrici. Iniziative americane e irlandesi in proposito erano state bloccate
dallo stesso Montini in Segreteria di Stato.
Liberali, repubblicani, socialisti, altri gruppi e persone legati storicamente ad un laicismo da “dopo Porta Pia” non lasciavano spazi e, in materia, contavano logicamente sulla solidarietà del Gruppo comunista. Noi eravamo battuti. Il voto in aula era previsto per il tardo pomeriggio del 25 marzo e De Gasperi – che come presidente del Consiglio non prendeva parte attiva ai lavori dell’Assemblea – si era eccezionalmente iscritto a parlare per una dichiarazione di voto con la quale affidare alla storia la nostra posizione. La tensione era molto forte. Quali sarebbero state le conseguenze di questa spaccatura era difficile dirlo.
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Verso
mezzogiorno mi raggiunse al Viminale il giornalista Emilio Frattarelli che
godeva di grande prestigio nel Transatlantico, compresa una eccezionale
comunicativa con Togliatti, che era per il resto molto restio a colloqui e
confidenze. Emilio era eccitatissimo. Veniva latore di un clamoroso messaggio
per De Gasperi affidatogli poco prima da Togliatti. I comunisti avrebbero votato
insieme a noi. Fino all’inizio della seduta la notizia doveva però rimanere
assolutamente segreta (nemmeno il Gruppo comunista era al corrente). Togliatti,
preannunciando a De Gasperi il mutamento, voleva evitare che nella dichiarazione
preannunciata il presidente usasse toni che gli rendessero ancor più difficile
la svolta. Facile comprendere la nostra emozione e anche il disagio per non
poterlo nemmeno dire a Dossetti che stava andando in Vaticano a confortare
Montini.
Quando
Togliatti, nell’aula gremitissima (altrettanto le tribune) annunciò la loro
decisione, vi fu un’autentica esplosione di ira specie dai banchi socialisti,
mentre sui nostri vi era un misto di emozione e di incredulità
Si possono avere opinioni diverse sul leader del Pci prima e dopo il 25 marzo 1947, ma quella sera il suo discorso fu di altissimo livello. Credo utile riproporlo, anche come nostalgico richiamo al clima politico che ispirava i costituenti.
Aggiungo che due mesi dopo andava in frantumi la coalizione governativa; comunisti e socialisti passarono ad una dura opposizione, ma all’Assemblea costituente il clima di collaborazione restò intatto.
L’intervento
di Palmiro Togliatti all’Assemblea costituente il
25 marzo 1947
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PRESIDENTE: Ha chiesto di parlare l’onorevole
Togliatti. Ne ha facoltà.
TOGLIATTI:
(Segni di attenzione). Signor
presidente, signore, onorevoli colleghi. Siamo giunti al termine non di una
lotta, ma di un dibattito, di una discussione elevata, ardente, appassionata,
la quale ha profondamente interessato non soltanto questa
Assemblea, ma tutto il Paese. Arrivati a questo punto, una
dichiarazione, non direi di voto, ma tale che precisi la posizione politica
dei differenti partiti, è doverosa, e noi
ringraziamo il nostro presidente di averci permesso di fare questa
dichiarazione in questo modo, affinché essa possa essere abbastanza ampia e
motivata, tale da non lasciare nessun dubbio in nessuno. Doverosa è la
dichiarazione di voto, da parte nostra, di fronte all’Assemblea, doverosa di
fronte al nostro partito, doverosa di fronte alle masse di lavoratori e
cittadini che ci seguono, che ci hanno dato la loro fiducia, mandandoci qui
come rappresentanti della nazione.
L’articolo che sta davanti a noi consta di tre
parti. A proposito della terza, il nostro gruppo ha presentato degli
emendamenti, anzi un emendamento, il quale potrà essere concordato e posto ai
voti insieme con l’emendamento presentato da altri autorevoli colleghi.
Non abbiamo avuto nessuna difficoltà,
sin dall’inizio, ad approvare la prima parte dell’articolo, quella nella quale
si dice che lo Stato e la Chiesa
cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine,
indipendenti e sovrani. Non solo non abbiamo avuto difficoltà, ma i
colleghi della prima Sottocommissione ricordano senza dubbio che questa
formulazione è stata data da me stesso. E qui
permettetemi un ricordo.
L’onorevole Dossetti,
riferendosi a questa prima parte dell’articolo che stiamo discutendo, cercando
di darne una giustificazione dottrinaria, diceva che questa si può trovare in
un corso di Diritto ecclesiastico, tenuto precisamente nel 1912,
all’Università di Torino, dal senatore Francesco Ruffini.
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Prima affermazione fondamentale: la rivendicazione delle
libertà di coscienza, di fede, di culto, di propaganda religiosa e
di organizzazione religiosa. Il progetto di
Costituzione, per questa parte, ci soddisfa...
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Voi mi consentirete di ricordare all’onorevole Dossetti
che sono stato allievo di quel corso, che l’ho
frequentato quel corso, che ho dato l’esame di Diritto ecclesiastico su quelle
dispense che egli ha citato e lodato. È, forse, per questo che non
ho trovato difficoltà a dare quella formulazione.
Ricordo però anche che quelle lezioni non erano frequentate soltanto da me.
Veniva alle volte e si sedeva in
quell’aula un uomo, un grande scomparso, amico e
maestro mio, Antonio Gramsci, e uscendo dalle lezioni e passeggiando in quel
cortile dell’Università di Torino, oggi semidistrutto dalla guerra, egli
parlava con me anche del problema che ci occupa in questo momento, del
problema dei rapporti fra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano. Eravamo
allora entrambi giovanissimi, entrambi all’inizio della nostra vita politica e
ci sforzavamo di individuare quali erano le origini e quali avrebbero potuto
essere le sorti future di quel contrasto tra lo Stato e la Chiesa che allora
era ancora per gran parte in atto in Italia, ma che in parte era superato o si
stava superando, e ricordo che Gramsci mi diceva che il
giorno in cui si fosse formato in Italia un governo socialista, in cui fosse
sorto un regime socialista, uno dei principali compiti di questo governo, di
questo regime, sarebbe stato di liquidare completamente la questione romana
garantendo piena libertà alla Chiesa cattolica. Ripeto che la prima parte
di questo articolo non offre per noi nessuna
difficoltà. E
vengo alla seconda parte, che è quella a proposito della quale hanno avuto
luogo i più ampi dibattiti ed avrà luogo lo schieramento più importante in
quest’aula.
Qui si tocca il fondo del problema dei rapporti fra
lo Stato italiano e la Chiesa cattolica.
Ora, di questo
problema noi non ci siamo interessati soltanto oggi né soltanto nel corso
delle discussioni della prima Sottocommissione e della Commissione dei
settantacinque. Fin dall’inizio del 1946, quando si tenne in Roma il V
Congresso del nostro partito, dedicammo una parte
non trascurabile dei nostri dibattiti all’esame di questo problema, e la
nostra posizione venne allora definita così nel rapporto che io tenni al
congresso. Permettetemi di citare. «Poiché l’organizzazione della Chiesa»
dicevo io allora «continuerà ad avere il proprio centro nel nostro Paese e
poiché un conflitto con essa turberebbe la
coscienza di molti cittadini, dobbiamo regolare con attenzione la nostra
posizione nei confronti della Chiesa cattolica e del problema religioso.
La nostra posizione è anche a questo proposito
conseguentemente democratica. Rivendichiamo e vogliamo che nella
Costituzione italiana vengano sancite le libertà di
coscienza, di fede, di culto, di propaganda religiosa e di organizzazione
religiosa. Consideriamo queste libertà come le libertà democratiche
fondamentali, che devono essere restaurate e difese contro qualunque attentato
da qualunque parte venga. Oltre a questo, però, esistono altre questioni che
interessano la Chiesa e sono state regolate coi
Patti del Laterano.
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P |
er noi la soluzione data alla
questione romana è qualcosa di definitivo, che ha chiuso e liquidato per sempre un problema. Al Trattato del
Laterano è però indissolubilmente legato il
Concordato. Questo è per noi uno strumento di carattere internazionale, oltre
che nazionale, e comprendiamo benissimo che non potrebbe essere riveduto se
non per intesa bilaterale, salvo violazioni che portino l’una
parte o l’altra a denunciarlo. Questa
nostra posizione è chiara e netta. Essa toglie ogni possibilità
di equivoco e impedisce che fondandosi sopra un
equivoco si possano avvelenare o intorbidare i rapporti fra le forze più
avanzate della democrazia, che seguono il nostro partito e la Chiesa cattolica».
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Come vedete, vi sono qui alcune affermazioni fondamentali, alle quali abbiamo
il dovere di rimanere coerenti, alle quali ci siamo sforzati di rimanere
coerenti, alle quali credo che siamo rimasti
coerenti fino ad ora. Prima
affermazione fondamentale: la rivendicazione delle libertà di coscienza, di
fede, di culto, di propaganda religiosa e di
organizzazione religiosa. Il progetto di Costituzione, per questa parte, ci
soddisfa. Noi appoggeremo tutte quelle proposte le quali tenderanno a rendere
sempre più tranquille le coscienze di tutti i credenti di tutte le fedi,
garantendo loro tutte le libertà di cui hanno bisogno per
esplicare il loro culto e svolgere la loro propaganda. Seconda
affermazione: consideriamo definitiva la soluzione della questione romana, e
non vogliamo in nessun modo riaprirla. Terza affermazione: riteniamo che il
Concordato sia uno strumento bilaterale e che solo bilateralmente potrà essere
riveduto. Nel corso dei dibattiti della prima Sottocommissione e della
Commissione dei settantacinque, ci siamo costantemente attenuti a questi
principi, e anche nel mio intervento, e negli interventi degli altri colleghi
del mio gruppo, nel dibattito generale sulla Costituzione e nel dibattito su
questa parte della Costituzione stessa, queste sono le posizioni che noi
abbiamo affermate.Abbiamo, però, sollevato, in
pari tempo, alcune questioni che ci preoccupavano e che ci hanno incominciato
a preoccupare particolarmente – e in questo concordo col giudizio dato dal
collega Nenni – quando ci si chiese di inserire
come tali, e il Trattato e il Concordato, nella nostra nuova Costituzione
attraverso un esplicito richiamo.
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Seconda affermazione: consideriamo definitiva la soluzione
della questione romana, e non vogliamo in nessun modo riaprirla. Terza
affermazione: riteniamo che il Concordato sia uno strumento bilaterale e
che solo bilateralmente potrà essere riveduto |
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Precisamente, le questioni che ci
preoccupavano erano quella della firma e quella di
alcune determinate norme, sia del Trattato sia del Concordato, in cui
trovavamo un contrasto con altre norme della Costituzione, da tutti noi
insieme volute e approvate preliminarmente nelle commissioni. Questa
contraddizione apriva un problema; poneva un interrogativo. Mai abbiamo
parlato di una denuncia o dell’uno o dell’altro dei due strumenti diplomatici
che sono legati insieme in quel complesso che viene
chiamato “Patti del Laterano”. Le stesse
preoccupazioni nostre, del resto, in maggiore o minore misura,
abbiamo sentito esprimere da tutti, anche dai
colleghi di parte democristiana, quando sono intervenuti nel dibattito. Tutti
hanno riconosciuto, credo senza eccezioni, per quanto con maggiore o minor
vigore, la fondatezza almeno di una parte delle esigenze presentate sia da noi
che da altri colleghi di questa parte. In pari tempo abbiamo affermato sin
dall’inizio, raccogliendo un appello venuto dal presidente Orlando, il nostro
desiderio che si trovasse di tutta questa questione una soluzione attorno alla
quale potesse venire realizzata, se non
l’unanimità, per lo meno la grande maggioranza di questa Assemblea. Questo
infatti ritenevamo fosse necessario, anzi quasi indispensabile, per
consolidare la pace religiosa del nostro Paese. In questo senso ci siamo mossi
nelle conversazioni e trattative che hanno avuto luogo negli scorsi giorni tra
noi e i rappresentanti di altri gruppi
dell’Assemblea. Diverse formule sono state presentate e vagliate nel corso di
queste conversazioni. Una di esse, la quale aveva
l’autorevole appoggio dell’onorevole Orlando, passava dall’affermazione: «I
rapporti ecc. ecc. sono regolati» all’affermazione:
«La Repubblica riconosce e conferma i Patti lateranensi».
Questa formula, pur essendo per degli aspetti più
tassativa, direi anche più impegnativa dell’altra, pure soddisfaceva
una delle nostre esigenze, quella del cambio della firma. Al posto di quella
del fascismo, subentrava la firma della Repubblica. Non siamo però riusciti a
venire all’accordo su questa formula, così come non eravamo riusciti
precedentemente a trovare un accordo sopra altre
formule le quali tenevano conto di esigenze affacciate, come ho detto, da
tutte le parti, anche dalla parte democristiana.
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H |
o sentito
testé l’onorevole De Gasperi affermare che per lo
meno una di queste formule, quella sostenuta dall’onorevole Basso, avrebbe
potuto essere accettata, se non si fosse impegnata su di essa una discussione
impegnativa prima che la cosa venisse davanti all’Assemblea. Mi permetta,
onorevole De Gasperi, ma ciò che
ella ha detto è una svalutazione diretta
dell’Assemblea. I dibattiti che precedono preparano i dibattiti
nell’Assemblea; ma qui si decide ogni
questione, qui ogni formula deve essere pesata, valutata, accettata o
respinta. In questo sta la sovranità della nostra Assemblea. (Applausi).
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Da ultimo, quando vedemmo che nessuna delle formule presentate era tale che,
essendo accettata dalla parte democristiana, ci consentisse di avere quella
larga maggioranza o di raggiungere anche quell’unanimità
che avremmo voluto si raggiungesse nell’interesse del Paese, si discusse della
possibilità di presentazione di un ordine del giorno il quale, a conclusione
del dibattito, mettesse in valore l’importanza, il peso di
esso nella vita nazionale, pur non dicendo in sostanza nulla di più e
nulla di meno di quanto diceva l’articolo 7 e di quanto nel corso del
dibattito quasi concordemente era stato detto da tutti.
L’ordine del giorno
venne formulato da un autorevole parlamentare e soddisfaceva molti di
noi. Anche esso, però, alla fine venne respinto.
Nemmeno in quella direzione trovammo quella via di
uscita che stavamo cercando, e ciò nonostante avessimo affermato – e tutti lo
riconoscevano insieme con noi – che l’approvazione di un simile ordine del
giorno, pur non aggiungendo e non togliendo nulla all’articolo, sarebbe stata
un atto politico importante, che avrebbe facilitato l’opera necessaria a
raggiungere i più larghi consensi possibili e forse l’unanimità.
In nessun modo, dunque, siamo riusciti
a metterci d’accordo. Perché? Perché ci siamo
trovati a un certo momento e ci troviamo ora in una
specie di vicolo cieco? Perché il nostro dibattito è arrivato a questo punto
di evidente drammaticità?
Onorevoli colleghi, qui si pone un problema
profondo, che io formulerei a questo modo: in sostanza con chi è il
dibattito?Fra noi e i colleghi di parte democristiana? Non credo.
I colleghi di parte democristiana alle
volte parlano presentandosi come unici difensori della libertà della coscienza
religiosa delle masse cattoliche.
Non credo che alcuno dei partiti di sinistra voglia lasciare loro
la esclusività di questa funzione. Anche nel
nostro partito esistono, e credo per la maggioranza degli iscritti, i
cittadini cattolici e noi siamo assertori e
difensori della libertà della loro coscienza religiosa. È vero, noi difendiamo
questa libertà come partito democratico, moderno, progressivo, comunista, se
volete; ma, a ogni modo, la difendiamo.
Non lasciamo a voi l’esclusività
di questa funzione.
Anzi, mi pare che il dibattito sia stato un po’ viziato dal fatto di esser
diventato un dibattito con voi, colleghi democristiani, mentre non lo è. In
fondo, il dibattito è tra l’Assemblea costituente italiana e un’altra parte,
l’altra parte contraente e firmataria dei Patti del
Laterano. Questa è la realtà, che dobbiamo guardare in faccia se
vogliamo comprendere bene di che si tratta e quello che
dobbiamo fare.
Qui è avvenuto però un fatto spiacevole. È
avvenuto che da tutti i settori dell’Assemblea, compreso il vostro, si
è detto che un determinato ritocco di alcune norme
dei Patti, in un momento determinato, con le forme opportune, sarebbe
desiderabile e dovrebbe potersi fare. Ecco una voce
unanime, o quasi, che esce dal luogo dove siedono i rappresentanti della
nazione. Questa voce, però, non è andata più in là.
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Onorevole De Gasperi, qui è mancato qualcosa, è
mancato, più che l’intermediario, il rappresentante autorizzato di questa
voce, che è la voce della nazione, che si sia presentato
all’altra parte, le abbia significato quello che qui si pensa e sia in grado
ora di significare a noi quello che da noi quest’altra
parte richiede. Non siamo
infatti autorizzati a credere che la vostra opinione di partito sia
opinione autorizzata dall’altra parte.
In questo dibattito, insomma, abbiamo
sentito l’assenza, quell’assenza che lamentava
anche l’onorevole Orlando, del governo. La democrazia italiana in
questa occasione non è stata guidata da un governo,
il quale si sentisse legittimo rappresentante di quella opinione democratica e
repubblicana, che qui in modo unanime espresse una stessa esigenza, pure con
sfumature diverse riguardo all’intensità. E forse
questo è il male che succede in tutti i Paesi, quando si agitano questioni di
questa natura e il partito dirigente è il Partito democristiano. (Commenti).
L’onorevole De Gasperi
ha parlato, e io mi aspettavo parlasse come capo
del governo.
Se
avesse parlato come capo del governo dicendoci: «Così si pone il problema;
questo è da farsi nell’interesse nazionale», lo avrei applaudito. Egli ha
avuto invece, come uomo di governo, un unico accenno alla necessità di
consolidare il regime repubblicano. Onorevole De Gasperi,
questo accenno l’abbiamo compreso; l’avevamo anzi
già compreso prima. Ripeto: avremmo voluto che l’onorevole De Gasperi
non parlasse qui, come ha parlato, quale esponente del Partito democristiano
o, ancora di meno, come esponente della coscienza cattolica, la quale non si
estrinseca né si può estrinsecare in un solo
partito; ma che, per tramite suo, tutto il nostro dibattito fosse guidato da
un rappresentante autorizzato di tutta la nazione, cioè dal nostro governo,
democratico e repubblicano.
Questo non è avvenuto; e dobbiamo dolercene.
Siamo dunque costretti, per conoscere la posizione dell’altra parte,
a leggere il suo organo autorizzato
ufficiale L’Osservatore Romano. L’onorevole
Nenni ne ha parlato come di un giornale tra gli
altri.
No, questo non è esatto, e
questo non basta. Permettetemi di parlare dell’Osservatore Romano come
dell’esponente autorizzato dell’altra parte. Esso è l’unica voce, l’unico
mezzo che abbiamo per conoscere che cosa pensa la Santa Sede, la
quale è firmataria, insieme con i rappresentanti di
allora dello Stato italiano, degli atti di cui stiamo discutendo.
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...Non lasciamo a
voi l’esclusività di questa funzione. Anzi, mi
pare che il dibattito sia stato un po’ viziato dal fatto di esser
diventato un dibattito con voi, colleghi democristiani, mentre non lo è.
In fondo, il dibattito è tra l’Assemblea costituente italiana e un’altra
parte, l’altra parte contraente firmataria dei Patti del
Laterano
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Orbene, le affermazioni a questo proposito dell’organo ufficiale autorizzato
della Santa Sede non sono equivoche. Prendo soltanto quattro degli articoli
consacrati, in date diverse, alla trattazione di questo problema dall’Osservatore
Romano e vi trovo le stesse affermazioni.
Il 13 di marzo: «Simile omissione [l’omissione
del richiamo al Trattato e al Concordato nella Costituzione] significherebbe
nella realtà... non un silenzio, non una lacuna, ma una minaccia, un pericolo.
La minaccia alla pace religiosa, il pericolo di vederla
turbata per la possibilità che lo sia». Il 19 dello stesso mese: «Questo
eventuale diniego [si tratta sempre del diniego del richiamo esplicito
ai Patti], il sostenerlo necessario, il presagirlo possibile, turba già la
pace e l’unità spirituale del popolo, il quale può ben pensare fin d’ora che
tale pace, tale unità è minacciata per l’avvenire, se al suo unico fondamento
si vuol... togliere la sicurtà costituzionale».
Il 20 e il 21 dello stesso mese: «Per quanto si
protesti fin d’ora di non voler cadere nell’anticlericalismo di
maniera, né in una lotta contro la religione, tuttavia [se si esclude
dall’articolo 5 il richiamo costituzionale ai Patti
lateranensi], pace religiosa... certissimamente
non sarà, purtroppo».
Il 22 di marzo: «Se
realmente si vuole che nessuna lotta a carattere religioso turbi il faticoso
rinnovamento della patria, perché mai così manifesto timore di riaffermare, in
un momento e in un documento solenne, l’efficacia di Patti sottoscritti non
soltanto tra un governo e altro governo, tra uno Stato e altro Stato, bensì
tra il popolo italiano e la sua fede e la sua Chiesa?». Non vi è dubbio che ci
troviamo di fronte a un’esplicita manifestazione di
volontà dell’altra parte, della Chiesa cattolica, della Santa Sede. Ed è
questo il punto da cui dobbiamo partire, onorevoli
colleghi, nel determinare la nostra posizione. Questo è il punto da cui
dobbiamo partire, dal momento che tutte le questioni da noi
precedentemente sollevate sono state sempre
subordinate a una esigenza fondamentale, quella di non turbare la pace
religiosa del nostro Paese.
Esisteva o no
la pace religiosa prima di oggi, prima del crollo
del fascismo, prima della disfatta? Si può discutere, si può vedere come sono
andate le cose storicamente.
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Nel |
1929, quando i Patti
lateranensi furono firmati, non c’è dubbio che,
nonostante tutto il precedente lavorio preparatorio compiuto da uomini
politici di marca democratica e di fede liberale, non c’è dubbio che
quell’accordo, concluso in quel momento, fece
veramente pesare sul nostro Paese – permettetemi l’espressione romantica –
l’ombra funesta del triste amplesso di
Pietro e Cesare. Lo sentimmo chiaramente noi, che
dirigevamo la lotta antifascista della parte avanzata del popolo
italiano. Sentimmo che, nonostante oggi si
interpreti l’espressione “uomo della Provvidenza” dicendo che si trattava di
riferirsi a quella virtù che la Provvidenza ha di mandare uomini buoni e
uomini cattivi, allora “uomo della Provvidenza”
fu inteso come uomo “provvidenziale”.
Poi le cose
cambiarono, senza dubbio. Questa prima impressione si
attutì; qualche posizione fu conquistata e consolidata da noi; qualche
posizione fu perduta dal fascismo; la nostra lotta per la democrazia, per la
libertà contro la tirannide si sviluppò; gli uomini si svincolarono da quella
primitiva impressione. Arrivammo così alla guerra di liberazione, nella
quale avemmo profonda l’impressione che la pace
religiosa veramente ci fosse. Vedemmo infatti nelle
nostre unità partigiane operai cattolici affratellati con militanti comunisti
e socialisti; vedemmo nelle unità comandate dai migliori tra i nostri capi
partigiani, i cappellani militari, sacerdoti, frati, accettare la stessa
nostra disciplina di lotta. Tutto questo ci permetteva di ritenere che la pace
religiosa fosse stata raggiunta. Per questo chiudemmo quella pagina; né
avevamo alcuna intenzione di riaprirla. Non solo,
ma arrivammo a quel grande successo, a quella
grande vittoria che è stata l’unità sindacale, giungemmo alla conclusione di
un patto di unità sindacale fra le grandi correnti tradizionali del movimento
operaio italiano: la corrente comunista, la corrente socialista e la corrente
cattolica. Poi ci fu il 2 giugno, che segnò senza dubbio un passo addietro,
per gli episodi di cui tutti fummo testimoni; per i
motivi che tutti sappiamo. E ora siamo di fronte
all’avvenire e a difficoltà nuove per il nostro Paese: siamo di fronte a
problemi economici e politici che si stanno accumulando e intrecciando l’uno
con l’altro. In questa situazione, abbiamo bisogno della pace religiosa, né
possiamo in nessun modo consentire a che essa venga
turbata.
Ora, il contrario del termine “pace” è “guerra”.
È vero che per fare la guerra bisogna essere in due e che una delle parti può
sempre dichiarare – come fai tu, compagno Nenni –
«noi la guerra non la vogliamo»; ma per dichiararla, la guerra, basta uno
solo. Di questo bisogna tener conto.
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Orbene, vogliamo noi
che tra questa massa di 106mila operai che
segue la Democrazia cristiana e la rimanente massa di tre o
quattrocentomila operai che non seguono la Democrazia cristiana, ma di cui
molti sono cattolici, si apra un contrasto proprio oggi, in un momento in
cui questioni così gravi sono poste davanti a noi, in cui è soprattutto
necessario che le forze del lavoro siano unite? |
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Questa è la situazione reale, di fatto, che oggi esiste, e noi, Partito
comunista, che dal momento in cui abbiamo
incominciato ad agire legalmente nel Paese, sempre abbiamo avuto tra i nostri
principali obiettivi quello di mantenere la pace religiosa, non possiamo
trascurare questa situazione, anzi dobbiamo tenerne conto e adeguare ad essa
la nostra posizione e, di conseguenza, il nostro voto.
E qui la mia dichiarazione di voto potrebbe
trasformarsi in un appello: potrei rivolgermi ai colleghi socialisti, ai
colleghi di altre parti, invitandoli a votare con noi, a votare come noi
voteremo. (Interruzioni-commenti).
Essenzialmente però noi votiamo tenendo
conto della nostra responsabilità; e comprendiamo benissimo che la
responsabilità nostra è più grave forse di quella di qualsiasi altro membro di
questa Assemblea: è certamente più grave di
quelli che posso considerare come degli isolati, dell’onorevole
Lussu, dell’onorevole Crispo,
o dell’onorevole Condorelli, che non sono a capo
di grandi partiti; anche, vorrei dire, dell’onorevole Benedetto Croce, che è
passato in quest’aula come un’ombra, l’ombra di un
passato molto lontano! La nostra responsabilità è più grande, in sostanza,
anche di quella dei colleghi socialisti, perché non siamo soltanto partito
della classe operaia, ma siamo considerati come il partito più avanzato dei
lavoratori, e in sostanza la maggioranza della classe operaia orienta la sua
azione a seconda del modo come il nostro partito si
muove.
Per questo non è soltanto alla nostra coscienza e
convinzione personale, individuale che noi ci richiamiamo, come si richiamano
altri colleghi, nel decidere il nostro voto. Essenzialmente facciamo appello a
questa nostra responsabilità politica, e al modo come noi realizziamo la linea
politica che ci siamo tracciata nella attuale
situazione del nostro Paese. La classe operaia non vuole
una scissione per motivi religiosi, così come non vuole la scissione
fra noi e i socialisti. Noi siamo dunque lieti, anche se voteremo
differentemente dal Partito socialista, che questo fatto non
apra un contrasto fra di noi. In pari tempo però
sentiamo che è nostro dovere fare il necessario perché una scissione e un
contrasto non si aprano tra la massa comunista e socialista da una parte e i
lavoratori cattolici dall’altra.
Abbiamo avuto
stamane i risultati della votazione svoltasi in
preparazione del congresso confederale alla Camera del lavoro di Milano. Si
sono avuti 327mila voti per i comunisti, 152mila
per i socialisti e 106mila per i democristiani. Orbene, vogliamo noi che tra
questa massa di 106mila operai che segue la
Democrazia cristiana e la rimanente massa di tre o quattrocentomila operai che
non seguono la Democrazia cristiana, ma di cui molti sono cattolici, si apra
un contrasto proprio oggi, in un momento in cui questioni così gravi sono
poste davanti a noi, in cui è soprattutto necessario che le forze del lavoro
siano unite? (Commenti). Non solo, ma io ritengo che la classe operaia,
che noi qui rappresentiamo, o almeno quella parte di lavoratori che è
rappresentata da noi, sia interessata a che sia mantenuta e rafforzata l’unità
morale e politica della nazione, sulla base di una
esigenza di rinnovamento sociale e politico profondo.Anche
di questo interesse e di questa esigenza noi
teniamo conto. E qui avrei finito,
onorevoli colleghi; avrei finito se la posizione assunta dal nostro partito in
questa discussione, e soprattutto nelle conversazioni che hanno avuto luogo
nei giorni scorsi, non fosse stata al centro di una particolare attenzione e
nella stampa e nell’assemblea.
Forse mi permetterete di dedicare qualche minuto
ancora all’esame delle critiche e delle obiezioni che ci sono state fatte,
tanto più in quanto ciò mi permetterà di chiarire
ancora meglio la nostra posizione e trarne tutto il succo.
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Lascerò da parte le volgarità, gli articoli come quelli che
scriveva l’altro giorno un illustre camaleonte, il
signor Mario Missiroli, domandandosi che cosa c’è
sotto all’atteggiamento dei comunisti, eventualmente favorevole al voto
dell’articolo 5 o dell’articolo 7, nella forma in cui questo articolo viene
presentato. L’autore di questo scritto argomenta
lungamente e argomenta, naturalmente, in termini di
hegelismo. Ma l’hegelismo l’abbiamo
studiato anche noi, anche noi ce la sappiamo cavare con queste
formulette, e soprattutto sappiamo come molte
volte esse vengano adoperate esclusivamente per
coprire una specie di cinismo, come quello di cui dà prova questo signore che
accusa noi di non avere una coscienza etica dello Stato, perché saremmo
disposti anche ad accettare la formula dell’articolo 5 così come ci è stata
presentata: proprio lui che, per esaltare i Patti del
Laterano, scrisse un intiero volume che, si dice, ebbe il personale
plauso di Mussolini!
È evidente che lezioni di etica da un camaleonte
non le prendiamo.
Ma eleviamoci in
un’atmosfera superiore: paullo
maiora canamus.
Anche in quest’aula, la
questione del nostro atteggiamento è stata posta, e prima di tutto
dall’onorevole Orlando, il quale ha detto: «Non vorrei collocarmi più a
sinistra dei comunisti». Che cosa è destra e che cosa è
sinistra non sempre è facile dirlo in politica, onorevole Orlando.
A ogni modo, non ho ben capito se, quando ella
usava quella espressione, intendeva esprimere una perplessità sua circa la
posizione che ella doveva prendere, oppure se avesse voluto che noi ci
collocassimo un po’ più a sinistra per far posto a lei. (Si ride).
Insomma, vi è qualcuno che avrebbe voluto
ad ogni costo che fossimo noi a condurre questa battaglia. No, signori: noi
conduciamo le battaglie che sembra a noi debbano
essere combattute e, quando riteniamo che per consolidare l’unità politica e
morale della nazione debba essere presa una determinata posizione, la
prendiamo, lo diciamo chiaramente e ci assumiamo tutte le responsabilità che
ne derivano. Ma
anche l’onorevole Nitti ci ha fatto oggetto della
sua critica e delle sue benevole osservazioni. L’onorevole
Nitti si è lusingato di darci una piccola lezione
di interpretazione del marxismo. Onorevole
Nitti, siamo sempre disposti ad accogliere tutte
le lezioni. Però, quando si tratta di una
interpretazione del marxismo, diretta allo scopo di determinare la nostra
politica, questa lezione ce la diamo fra noi. La sede di
essa è il nostro comitato centrale, sono gli organi dirigenti del
nostro partito. Se ella crede di entrare nel nostro
partito (Ilarità), forse potrà anche collaborare alla elaborazione
della dottrina marxista nei riflessi e nelle applicazioni che questa comporta
nella vita politica di oggi. La porta non è chiusa per nessuno, e non è detto
che ella non possa rapidamente superare i gradini
che portano anche alle più alte cariche del partito, in modo che ella possa
dare il suo contributo alle direttive di azione di un partito che si sforza di
applicare alla situazione attuale precisamente i principi del marxismo. (Si
ride).
Ma lasciamo
gli scherzi, onorevole Nitti,
ella ha detto una cosa che io non accetto: ella ha detto che i regimi
socialisti non si conciliano con l’esistenza della religione. Non è vero: e
questo è il punto che desidero chiarire meglio, perché illumina nel modo
migliore la nostra posizione di oggi.
Vi è una sola
esperienza in proposito, l’esperienza dell’Unione Sovietica. È evidente che
nel corso della sua esistenza, l’Unione Sovietica ha
dovuto attraversare differenti periodi, anche per questo riguardo.
Ma che cosa avvenne in quel Paese? Avvenne che la
Chiesa cristiana ortodossa, l’unica Chiesa ivi esistente, per il suo
orientamento politico e per il tipo stesso della
organizzazione, era strettamente vincolata al vecchio regime zarista, a quel
regime di oppressione economica, politica e sociale, a quel regime di
tirannide che era uno dei più arretrati, inumani e barbari di quei tempi.
Gli esponenti della Chiesa ortodossa
ritennero di dover prendere la difesa del regime zarista e delle forze sociali
che esso esprimeva, contro le masse di operai, di
contadini, di intellettuali avanzati, che volevano rinnovare profondamente, su
una base socialista, il loro Paese, e adempivano questo compito edificando un
nuovo Stato, uno Stato socialista. Ebbene, il nuovo
Stato accettò la lotta e vinse. Vinse, e non poteva non vincere, come non
possono non vincere tutti i regimi che attuano
profonde trasformazioni politiche e sociali, quando queste sono mature nella
coscienza popolare e nello sviluppo stesso delle cose. Vinse, e la Chiesa
ortodossa ne subì, per un periodo di tempo abbastanza lungo, le conseguenze.
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La nostra lotta è lotta per la rinascita del nostro Paese, per
il suo rinnovamento politico, economico e sociale. In questa lotta noi
vogliamo l’unità dei lavoratori, prima di tutto, e attorno
a essa, vogliamo si realizzi l’unità politica e
morale di tutta la nazione... |
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Però noi vedemmo, già prima dell’ultima guerra, che
la situazione era cambiata; e nel corso della guerra non soltanto funzionarono
regolarmente, liberamente le istituzioni religiose, ma il sentimento religioso
agì come stimolo alla lotta eroica delle grandi masse della popolazione di
tutte le parti della Russia per la difesa della patria socialista minacciata
nella sua esistenza dalle orde dell’invasione tedesca e fascista. Oggi esiste
in Russia un regime di piena libertà religiosa (Commenti), e il
regime socialista si rivela perfettamente conciliabile con questa libertà.
Questo, colleghi
democristiani, è il punto al
quale io volevo arrivare, perché da esso traggo due insegnamenti: il primo è
che non vi è contrasto fra un regime socialista e la coscienza religiosa di un
popolo; il secondo è che non vi è nemmeno contrasto fra un regime socialista e
la libertà religiosa della Chiesa, e in particolare di quella cattolica.
Questa è la posizione di principio più
profonda, che non solo giustifica, ma spiega la posizione che noi prendiamo in
questo voto. Vogliamo rendere sempre più evidente al popolo italiano questa
verità.
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Q |
uindi è
inutile che vi poniate delle domande superflue: è
inutile vi domandiate cosa c’è sotto. Non c’è sotto nient’altro che questo: il
nostro voto sarà dato secondo convinzione e per disciplina: per disciplina
a una linea politica, secondo la convinzione che
questa politica è quella che meglio corrisponde agli interessi della nazione
italiana.
Si dice che verrà
chiesto un voto segreto, oppure che voteremo pubblicamente per appello
nominale. Il nostro voto non cambierà, sia che si voti in segreto, sia che si
voti apertamente. Non vi sono in noi preoccupazioni
elettorali se non nel senso di tener fede alle
assicurazioni che abbiamo dato agli elettori che hanno votato per noi... (Commenti
animati-interruzioni).
Una voce: Non ci crediamo
TOGLIATTI: Onorevoli
colleghi della Democrazia cristiana, la vostra
intolleranza è utile. (Commenti). Essa serve a dimostrare la
validità delle argomentazioni dei vostri contraddittori. Ho cercato di
dimostrare prima che è stato un inconveniente per
noi aver dovuto trattare con voi e non direttamente con altre parti. Voi mi
state dando la prova che ho ragione. Sono convinto
che in un consesso di prelati romani sarei stato
ascoltato sino alla fine con più sopportazione di quanto voi non mi abbiate
ascoltato. (Commenti prolungati al centro).
PRESIDENTE: Mi sembra che i commenti siano
già stati troppo lunghi. Permettano che l’onorevole
Togliatti riprenda il suo discorso.
TOGLIATTI: Si
è anche parlato di una eventuale minaccia di un
appello al Paese, attraverso un referendum, o un plebiscito, minaccia
che determinerebbe il nostro atteggiamento. Anche
questo non è vero. Qualora noi ritenessimo che vi è una
questione o un dissenso che bisogna portare dinanzi al popolo, noi stessi
chiederemmo il referendum. E del
resto, colleghi di parte monarchica, abbiamo vinto già una volta un
referendum: siamo disposti a vincerne un altro. (Commenti).
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...Disperdiamo le
ombre le quali impediscono la realizzazione di questa
unità! Dando il voto che diamo, noi non sacrifichiamo, dunque,
nulla di noi stessi; anzi, siamo coerenti con noi stessi sino all’ultimo |
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Una voce a destra:
Bene, si faccia il referendum !
CONDORELLI: Ne prendiamo atto.
TOGLIATTI: I motivi per i quali, visti fallire i
nostri tentativi per arrivare attraverso una modificazione delle formule
presentate o attraverso la presentazione di un ordine del giorno successivo al
voto dell’articolo, i motivi per i quali, visti fallire questi tentativi, il
gruppo parlamentare comunista ha deciso di votare per la formula che
viene presentata, sono dunque motivi profondi, che
investono tutto l’orientamento politico del nostro partito.
La nostra lotta è lotta per la
rinascita del nostro Paese, per il suo rinnovamento politico, economico e
sociale. In questa lotta noi vogliamo l’unità dei lavoratori, prima di tutto,
e, attorno a essa, vogliamo si realizzi l’unità
politica e morale di tutta la nazione.
Disperdiamo le ombre le quali
impediscono la realizzazione di questa unità! Dando
il voto che diamo, noi non sacrifichiamo, dunque, nulla di noi stessi; anzi,
siamo coerenti con noi stessi sino all’ultimo. Siamo oggi quello che
siamo stati in tutta la lotta di liberazione e in
tutto il periodo di profonda crisi e di ricostruzione apertosi dopo la fine
della guerra. Siamo oggi quel che
saremo domani, nella lotta che condurremo insieme a
voi, accanto a voi – se volete – o in contrasto con voi, per la ricostruzione,
il rinnovamento, la rinascita d’Italia.
Siamo convinti, dando il nostro voto all’articolo
che ci viene presentato, di compiere il nostro dovere verso la classe operaia
e le classi lavoratrici, verso il popolo italiano, verso la democrazia e la
Repubblica, verso la nostra patria! (Vivi applausi all’estrema sinistra
-commenti animati).