Torniamo.alla.Costituzione
di Bruno.Gravagnuolo *
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Prendiamone atto, almeno per ora. Il dopo Berlusconi non è ancora cominciato, malgrado il colpo subito dal centrodestra e il forte indebolimento di Forza Italia. Di fatto il risultato del voto ci ha consegnato un'Italia polarizzata e in stallo, che sembra esaltare al diapason le contrapposte identità, simboliche, di valori, sociali. È, come tutti vedono, una paralisi pericolosa. Che a detta dello stesso Casini, rientrato in panni più consoni alla sua vocazione moderata, rischia di precipitare il paese in conflitti istituzionali gravissimi.
Sensazione in qualche modo condivisa anche da An, Lega e l'intera Udc, che guardano alle verifiche sui voti contestati come ad atti dovuti piuttosto che come fonti di «brogli», come invece va dicendo Berlusconi. Sfumature non da poco e segnali di un'esigenza condivisa volta a ripristinare finalmente una grammatica civile comune, al vertice delle istituzioni e nell'intera società. Pena lo scivolare del paese in una selvatica tensione che può definitivamente imbarbarirlo e travolgerlo, bloccandone la rinascita economica e mettendo a repentaglio la residua credibilità sui mercati e sulla scena internazionale.
Occorre dirlo. Mai l'Italia democratica, uscita dal tragico biennio 1943-45, s'era trovata in queste condizioni. Mentre al contrario, proprio la lezione della storia repubblicana, ci mostra una lezione inconfutabile e preziosa. E cioè: la continua capacità di autorigenerarsi dell'Italia. Proprio nei momenti di più acuta tensione. Vediamoli, alcuni di questi momenti decisivi. Referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Un voto drammatico, fonte di ricorsi e rivolte popolari. Con la Celere a Napoli contro i monarchici in rivolta. Ebbene, la partita si chiuse allora rapidamente, anche grazie alla responsabilità degli sconfitti. E con il «Re di Maggio» che accettò di partire in esilio in Portogallo, rifiutandosi di fomentare la guerra civile. Più in là vennero il 18 aprile 1948, e prima ancora, nel 1947, l'estromissione di comunisti e socialisti dal governo. Poi l'attentatto a Togliatti, l'adesione alla Nato. Bene, malgrado le asperrime contrapposizioni - dentro la guerra fredda incipiente - la classe politica uscita dalla Resistenza seppe stare unita sui «fondamentali». Prova ne sia che nello scontro ideologico la Costituente andò avanti, consegnandoci una Costituzione controfirmata da tutte le parti in campo. Inclusa quella che era stata estromessa dal governo e sfidata in battaglia dentro una ricostruzione nazionale non ancora avviata. Ancora, a larghe falcate riassuntive: il 1953 e la «legge truffa». Scontro durissimo, che minacciava la stessa esistenza dell'opposizione. Con un meccanismo maggioritario dirompente. Anche allora il paese diviso, restò unito. E per di più la fine del centrismo fu seguita dalla creazione di due rami decisivi della nostra democrazia: il Csm e la Corte Costituzionale.
Anche la crisi Tambroni del luglio 1960, con le piazze in rivolta, si concluse con un epilogo positivo, che offrì all'Italia un pezzo di futuro: le «convergenze parallele» da destra e sinistra moderata. Per concludere i giorni di Tambroni. E aprire la via alla formula politica che avrebbe dominato i decenni a venire: il centrosinistra. Il cui contenuto di progresso civile - in un mondo più ampio e di disgelo - nessuno potrebbe oggi contestare, malgrado i limiti. Stesso discorso per gli anni 70, con l'avanzata comunista, le trame e gli anni di piombo e in piena crisi energetica. Di nuovo il paese diviso, fu unito sui punti di fondo. E proprio allora si inaugurò una pratica bipartisan, che da un lato vide ascendere alle massime cariche istituzionali personalità comuniste come Ingrao e Nilde Jotti. E dall'altro legittimò - sia pur incompletamente - il pieno diritto del Pci ad essere protagonista dei processi politici.
Nostalgia del consociativismo in questa notazione? No. Perché solidarietà nazionale e compromosso storico covavano certo l'equivoco di un sistema politico bloccato (da veti internazionali e appartenenze di campo comuniste). E tuttavia l'esperimento troncato dal rapimento Moro poteva essere una fase preliminare allo «sblocco» e di fatto, scongiurando derive eversive, abilitò comunque un «comunismo di governo». Venendo ad anni più recenti, nemmeno lo scontro col craxismo e quello con De Mita, e neanche la crisi col Cossiga «picconatore, produssero le lacerazioni il cui spettro ora ci si para davanti. Fino alla svolta di metà anni 90. Quando si insedia - ma con legge maggioritaria ancora condivisa! - il bipolarismo selvatico di cui oggi soffriamo.
Come cambiare registro? Come uscirne? Risposta obbligata: tornando allo Statuto. Non a quello invocato a fine 800 dal conservatore Sonnino, per mettere il Parlamento sotto i piedi del Monarca. Ma al contrario: allo «Statuto» del popolo. Alla Costituzione democratica. Che disciplina i rapporti tra poteri e forze politiche. Separa le regole di convivenza dalle opzioni ideologiche e da ridde di interessi. E mette il conflitto nella Casa di tutti. Garantendo le alternanze senza «sbreghi». Eccola la via maestra da seguire per ricucire il filo dell'«identità repubblicana» e del «patriottismo civico», senza i quali un paese muore. Via opposta a quella di chi pretende di cucire le istituzioni a misura di uno dei contendenti. E che gioca le regole di tutti in chiave oppositiva e «iperpolitica». Alla Carl Schmitt per intendersi. Scavalcando procedure e separazioni di poteri e facendo coincidere la sua «rivoluzione» politica - e il suo ruolo personale e monocratico - con la sfera neutrale dei poteri. Su questa via ritrovata e riconosciuto l'esito del voto, si può fare moltissimo. A cominciare da subito nella nuova legislatura. Da un incontro sulla Presidenza della Repubblica. A una legge elettorale finalmente condivisa. All'economia e alla flessibilità da riformare, in un quadro di concertazione sindacale ritrovata. Alla fecondazione assistita. Alla correzione degli squilibri «federali» del titolo Quinto della Costituzione, prima o dopo il referendum. All'uscita concordata dall'Iraq. Fino al conflitto di interessi, da regolare plausibilmente almeno con un blind trust non «vendicativo». Tutte cose che si possono fare insieme, nella rigorosa contrapposizione di ruoli tra maggioranza e opposizione, e fuori da impensabili «grandi coalizioni». Ma una sola condizione. Che si torni alla «via maestra». E a quello «Statuto democratico» che ci fatti civili dopo le tragedie della guerra.
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